Ho letto l’articolo de L’Indipendente sulla Valsesia con quella sensazione che ormai mi è diventata familiare un senso di freddo, e insieme di stanchezza. “Colonia israeliana”. Nelle valli del Piemonte. Famiglie con bambini che cercano un posto tranquillo dove vivere. Medici, ingegneri, insegnanti che comprano case abbandonate, iscrivono i figli a scuola, portano vita dove c’era spopolamento. E qualcuno li chiama coloni.
Vorrei che chi ha scritto quell’articolo si fermasse un momento a sentire cosa significa quella parola, per noi ebrei. Cosa evoca. Dove porta. Non credo sia un caso che sia stata scelta proprio quella. Il Progetto Baita è nato da un’idea semplice e bella: persone che amano l’Italia, che hanno radici culturali profonde e un legame con questo Paese, e che in un momento di grande dolore dopo il 7 ottobre, dopo la riforma giudiziaria che ha spaccato Israele, dopo anni di tensione crescente hanno scelto di costruire qualcosa di nuovo qui. Non di occupare. Di abitare. Di contribuire.

Lo so perché lo vivo ogni giorno nel mio lavoro alla Comunità Ebraica di Milano. So cosa vuol dire scegliere di restare, e so cosa vuol dire la paura che spinge ad andare. Non sono scelte che si giudicano da fuori con un’etichetta ideologica. L’articolo mi cita, e usa le mie parole sull’antisemitismo per poi accusare la nostra Comunità di criminalizzare ogni critica a Israele. È un meccanismo che conosco bene, e che mi avvilisce profondamente. Si prende la denuncia del dolore di chi si sente minacciato, e la si trasforma in prova di malafede. Se dico che mi sento meno sicura, è perché voglio silenziare il dissenso. Se dico che certe parole fanno paura, è perché voglio censurare il giornalismo.

No. Io voglio solo che si usi il linguaggio con onestà. “Colonia” non è una parola neutra. Non in questo momento storico, non riferita a ebrei che si trasferiscono in una valle italiana. È una scelta. E le scelte hanno conseguenze. Le famiglie israeliane che stanno costruendo una nuova vita in Valsesia non sono responsabili delle politiche del governo Netanyahu. Non più di quanto io, ebrea milanese, sia responsabile di ogni decisione presa da chiunque nel mondo si definisca ebreo. Questa idea, che ogni ebreo risponda collettivamente di ogni cosa fatta da Israele ha un nome. E quel nome non è critica. È pregiudizio.
Baita significa casa. La Valsesia non sta diventando una colonia. Sta diventando un posto dove si sente, di nuovo, il rumore dei passi dei bambini che vanno a scuola.

Dalia Gubbay

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