Peccato manchino i cuscini argentati di una celebre istallazione glamour, primeggia però l’icona del tomato Campbell’s, c’è Marylin, appare di sfondo a ridosso dei divani incerottati di plastica, pronti ad accogliere drag queen inarrivabili: La Feb Mua, Shana Rose, Henry Pass, Coco Estoy, fulgore di una Capodimonte Lgbt, perfino il sosia fotogenico e altrettanto alogeno dello stesso Andy, in posa a favore dei “Dollar Sign” e dei “Flowers”. Si diceva che Warhol ne avesse rubato l’immagine da un manuale di botanica, e che l’autrice dello scatto originale lo avrebbe denunciato. Gerald Bruneau, nel 1982, ospite nello studio di Time Square, ha ritratto il genio residente in posa convinta, quasi napoleonica, così mentre Giacomo Guidi, il titolare dello spazio espositivo, quasi un loft a bisarca nel ventre della Roma monumentale, mi fa strada sempre tra le foto della “Factory” di Manhattan e l’appartamento privato post-mortem.

Warhol ovvero un racconto residenziale borghese dagli arredi stile impero e direttorio, interrotto solo da una grande tela del collega Roy Lichtenstein, il “Mercurio volante” di Giambologna a fargli ombra; tornano così alla memoria i suoi “diari”, il racconto di un signore micragnoso, pronto a riportare sui fogli dei singoli giorni perfino il costo dei calzini, di un dildo, di un pranzo. Ecco Gerald Bruneau, lui che Warhol ha visto e toccato, senza il suo portfolio fotografico non ne immagineremmo la dimora fin troppo classica, addirittura “pompier”, nessuna concessione al casual, appartamento degno dei un duca conte finito sulla ghigliottina; Gerald, feltro e sciarpa rigorosamente neri, racconta la Manhattan con prenotazione obbligatoria dell’ultimo scorcio di avanguardia…

A rendere ancora omaggio ai fluidi del pop, giungono intanto Roberto D’Agostino, il nuotatore Massimiliano Rosolino, Alessandro Campana, nazionale di pallanuoto, e Marco Giallini, attore, uomo di mondo, inarrestabile narratore di se stesso e pittore anch’egli. E ancora, su tutti, il conte Roberto Filo della Torre, tocco di ciliegia aristocratica su una torta già notturna. Segue dj Ringo per il dessert ricreativo finale, cral serale della Roma post-human. Si replica nei prossimi giorni, la “Warhol’s Factory” resisterà fino a domani 28 dicembre.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.