Napoli, come sapeva Giandomenico Tiepolo (il rampollo più illustre di Giambattista), che attraverso i suoi folgoranti Pulcinella acrobaticamente sospesi nell’abisso affrescati a Villa Zianigo, in seguito trasferiti a Ca’ Rezzonico, Venezia, genialmente ne declinò vittorie e sconfitte, glorie e disonori, amarezze e disincanti, è una categoria dell’anima, densa di umori e passioni ma carica di tragica risonanza simbolica: basta osservare l’ultimo schizzo di quel grande pittore, compreso nell’album destinato in origine ai propri figli, intitolato Divertimento per li regazzi, in cui si vede l’ultimo Pulcinella ingobbito ai piedi di una scala di fronte alla sua stessa tomba, con una bambola in braccio e un cane che lo annusa, per rendersene conto. Miseria e nobiltà di un piatto di spaghetti fumante che ci arriva a tavola, come una manna caduta dal cielo; vero Totò?

Noi italiani tutto questo ce l’abbiamo nel sangue, non dobbiamo studiarlo, perché è la misura e la sostanza del nostro carattere, cresciuto e formato nei secoli, nell’estrema appendice europea dello Stivale, fra individualismo, solitudine, strafottenza e amore. Ma cosa può accadere nella testa e nel cuore di chi viene da fuori e vuole mettersi in gioco nei bassi dei quartieri spagnoli, alla maniera di Claude Lévi-Strauss in Mato Grosso o di Bronisław Malinowski in Nuova Guinea? Per rispondere a tale domanda bisogna leggere La fontana rotta (traduzione di Daniele Petruccioli, pp. 163, Einaudi, 18,50 euro) di Thomas Belmonte che in realtà, come lascia intuire il suo cognome, nel momento in cui, nella primavera del 1974, giovane etnologo di New York, decise di stabilirsi in uno degli angoli più malfamati di Napoli, battezzandolo Fontana del re, con ogni probabilità poteva essere Palazzo Amendola in via Sedile di Porto, insomma il vico Melofioccolo, altro non stava facendo che ritrovare, toccandole con mano, le sue lontane origini. Come un pendolo, dalla Columbia University, dove s’era laureato, tornava nella terra dei padri, emigrati in America.

Proprio tale coinvolgimento emotivo è importante sottolineare, sulla scia di quanto dichiarò Clifford Geertz in un libro iconico, che negli anni non mi stanco di citare, come Opere e vite (Il Mulino, 1990), allo scopo di definire il senso delle scritture etnografiche: «Il resoconto diventerà credibile in quanto diventi credibile la persona stessa che lo costruisce». Insomma per conoscere (e dovremmo aggiungere, scrivere, e vivere), è necessario pagare un prezzo: intimo, personale, non negoziabile. Ineludibile, se non vogliamo che le nostre parole siano gratuite e sterili, come quelle dei politici e dei commentatori televisivi. Affittare, a prezzi esorbitanti, una casa nei vicoli, fra lenzuola appese ad asciugare, urla e tramestii, pareti scrostate e ringhiere arrugginite, abitare lì per un anno insieme a ladri e prostitute, prima sfidando lo sconcerto di questi, poi diventando loro sodale, disponendosi ad accettare la presenza dei mariuoli all’interno del proprio appartamento, persino lasciandosi derubare o ingannare, come un gigantesco Gulliver imprigionato dai lillupuziani, è stato per Thomas (presto soprannominato Tommasino, o Tommà), a quel tempo ventottenne, il superamento di un essenziale frangiflutto. Ciò che fu la Siberia per Dostoevskij rappresentarono per lui Fuorigrotta e Spaccanapoli.

Con immediate acquisizioni lirico-riflessive che nel tempo hanno reso il suo libro (tradotto da noi già nel 1997 dall’editore Domenico Scafoglio) un piccolo classico di fine Novecento: “Guaglio’, vien’accà, contiene un’armonia complessa di esultanza, nostalgia e dolore. È un richiamo che inizia in un’allegra, spontanea esplosione sonora. A metà si trasforma in supplica. Infine si attenua e muore in un basso lamento luttuoso.” Per quanto mi riguarda, ho sempre considerato questo testo, opportunamente ristampato negli Struzzi, un capolavoro narrativo abbastanza raro, nel quale la notazione antropologica si mischia all’intuizione poetica, il diario quotidiano si fa racconto e reportage, senza alcuna elegia, con uno sguardo duro e lucido, ben superiore alle tante, troppe, cronache venute dopo: «Luogo di sangue e di ceneri, di vino e di fiori: una città che ti tende una mano mentre nell’altra nasconde il coltello, ecco la dolorosa dialettica della vita di questo popolo».

Lo stile napoletano, al tempo stesso individualista e comunitario, comico e tragico, collocato negli anni Settanta, poco prima della triste stagione della droga che chiuderà un ciclo aprendone un altro, ancor più drammatico, emerge in tutta la sua forza icastica nelle pagine dedicate alla famiglia di Stefano, robivecchi sulla quarantina, ed Elena, col grembiule sporco sul vestito nero, e i loro sei figli, cinque maschi e una sola femmina, insieme ai quali l’autore divide e spezza il pane della vita. Eccoli, mentre divorano nel piccolo spazio della tavola imbandita, crocchette e rigatoni; come si fa a dimenticarli? Gennaro, magro, diciottenne dai tratti rozzi; Ciro, quindicenne sorridente e buffonesco; Pasquale, tredicenne, tenero e rinsecchito; Nina, undicenne, scattante e birichina con gli occhioni grandi; Giuseppe, dieci anni, un vitellino dai capelli gialli; Robertino, cinquenne scatenato e iperattivo.

Questo concentrato d’umanità allo stato puro trascina nel gorgo Thomas Belmonte e lui si lascia andar giù con deliberazione commovente riuscendo tuttavia a conservare un’ammirevole capacità di discernimento che gli consentirà, a tempo debito, di comporre la sua straordinaria relazione umana e letteraria. Non prima di essere tornato, dopo anni di assenza, a rivedere gli amici, stravolti e invecchiati, senza nascondere le ferite (separazione coniugale, una figlia adolescente, nessuna nuova compagna): in tale prospettiva l’Epilogo, nel mostrare il lavoro del tempo sull’uomo, diventa la chiave dell’opera. E poi sappiamo che Belmonte, incarnando il proverbio, dopo aver visto Napoli, morì ancora giovane, a soli quarantanove anni.