Le voci di corridoio dicevano che è in corso un patto, un pochino scellerato, tra il Pd e i 5 Stelle. Il patto – lo riferiva anche Repubblica, in genere informata bene – era questo: il Pd ammainava la bandiera bianca sull’abolizione della prescrizione e in cambio otteneva il via libera per la riforma Orlando sulle intercettazioni. Uno a me e uno a te. Il risultato di questo accordo sarebbe stato pessimo, perché l’abolizione della prescrizione è una ferita mortale al garantismo e al diritto, mentre la riforma Orlando è solo un timido, timidissimo tentativo di affermare il principio che intercettare la gente e poi sbattere le intercettazioni sul giornale non è proprio la più bella e pura delle attività umane. Ora proviamo anche a capire cosa non funzionasse della riforma Orlando. Prima però dobbiamo dirvi che le voci di corridoio pare che fossero infondate. E che le cose stiano diversamente.

I 5 Stelle portano a casa la fine della prescrizione e il principio del “processo eterno” (come diritto inalienabile del magistrato accusatore) ma non danno niente in cambio. Si tengono le intercettazioni senza limiti esattamente come sono. Diverse, drammaticamente diverse da quelle di quasi tutti i Paesi civili. Basta dire che in un paese rigorosetto come la Gran Bretagna il numero di intercettazioni che vengono realizzate ogni anno è di cento volte (cento volte) inferiore a quello delle intercettazioni italiane. Sebbene il livello della criminalità inglese sia decisamente superiore al nostro (almeno per numero di delitti e in particolare per numero di omicidi).  La riforma Orlando viene rinviata per ora di sei mesi. Poi si vedrà. Prevedeva modestissime limitazioni alle possibilità di intercettare, qualche limitazione in più alla possibilità di pubblicare sui giornali, e l’obbligo di cancellazione delle intercettazioni ritenute non rilevanti dal punto di vista processuale. Il problema principale sorgeva proprio qui. Chi decide cosa sia rilevante? La riforma Orlando assegnava questo compito alla polizia giudiziaria. L’Anm chiedeva che invece questo compito fosse assegnato al Pm. In tutti e due i casi venivano esclusi gli avvocati difensori. I quali avrebbero potuto ascoltare solo le intercettazioni ritenute utili all’accusa. E le Camere penali osservavano: come si fa a parlare di condizioni paritarie tra accusa e difesa se l’accusa decide quali intercettazioni usare e (se non altro per umano riflesso condizionato) tenderà sempre a privilegiare le intercettazioni che ritiene sfavorevoli per l’imputato rispetto a quelle che potrebbero scagionarlo, mentre la difesa può solo accettare il pacchetto pronto, confezionato da polizia e Pm?

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Questo era il punto debole della riforma Orlando. La quale, come quasi tutte le riforme della giustizia approvate dagli anni 50 a oggi, era una riforma che non intaccava lo strapotere della magistratura e la prevalenza assoluta dell’accusa sulla difesa. Né indeboliva molto la forza della stampa, alla quale non veniva imposto nessun bavaglio ma solo chiesto, gentilmente, di rispettare alcune norme essenziali del diritto. E allora? Allora restano dei punti di principio ai quali i 5 Stelle non rinunciano. A cosa non rinunciano? All’idea che si possa comunque prendere in considerazione l’idea di regolamentare le intercettazioni. I 5 Stelle, come l’associazione dei magistrati (che è un po’ la maestra ideologica dei grillini) ritengono che le intercettazioni non vanno regolamentate ma aumentate. Più sono, più è sicura la società. Più sono, meno sono le possibilità che si realizzino fatti di corruzione. La tendenza di uno stato moderno, secondo i 5 stelle, deve essere quella al controllo totale, della società e della politica. Per questo vivono come un freno, o addirittura un insulto alla loro etica, una norma che – anche se poi non ha conseguenze – si ponga sul piano ideale il compito di regolare la più nobile delle attività umane.

Davvero le intercettazioni sono una garanzia di buon funzionamento delle indagini? No. In genere non portano a molto. Spesso distorcono la verità, perché non vengono capite le frasi, o sfugge l’ironia, o non si conoscono i contesti, i lessici di gruppo, o di amici, o familiari. È rarissimo che una intercettazione inchiodi. In genere crea equivoci. E oltretutto la maggior parte delle intercettazioni che vanno a processo non sono dirette ma – come si dice in gergo – “relata refero”. Cioè riferisco di cose sentite dire. Spesso attraverso meccanismi di millantato credito, o semplicemente di fantasia. È molto probabile che se si facesse un bilancio generale si scoprirebbe che le intercettazioni deviano le indagini, depistano, molto più di quanto aiutino ad accertare la verità. E allora a cosa servono? A realizzare quello che molto bene descriveva ieri sul Corriere della Sera Angelo Panebianco: aumentare il potere dei magistrati, amplificare le tendenze liberticide del popolo e consolidare una repubblica giudiziaria che ormai è molto lontana dallo Stato di Diritto. C’è una soluzione? Sì, su questo piano ce n’è una semplicissima: applicare la Costituzione e proibire le intercettazioni e le attività di spionaggio sui cittadini.