La letteratura non deve rassicurare o edificare, bensì scoprire, e dunque anche disturbare. Contesta l’ovvietà dei punti di vista, semina dubbi, ci porta lì dove non avevamo immaginato, soprattutto attraverso il linguaggio, lo stile, la forma («contenuto sedimentato», Adorno). Fa bene Walter Siti a ricordarcelo in Contro l’impegno (Rizzoli), descrivendo puntualmente gli orrori del politically correct e condannando l’idea falsamente democratica che scrivere letteratura sia alla portata di tutti (non si pensa lo stesso se si vuole suonare un qualsiasi strumento musicale!). Si potrebbe dire: la letteratura è il contrario della politica. Questa ha il compito di semplificare la nostra vita quotidiana, mentre la letteratura dovrebbe complicare la nostra esperienza (oggi avviene perlopiù il contrario!).

Però il bersaglio del suo pamphlet – che contiene pagine straordinarie di semiologia televisiva (ad es. la descrizione delle retoriche dei nostri talk) e di riflessione antropologica, su come si trasforma la nostra modalità percettiva (oggi percepiamo solo frammenti, schegge di qualsiasi cosa) – a me pare lievemente obsoleto, e un po’ fuorviante.
Oggi a me pare che sia impegno e disimpegno in letteratura siano solo due strategie diverse – ma simmetriche! – di visibilità e autopromozione: in un certo senso “tira” molto sia la solidarietà con i migranti e sia l’intrattenimento salottiero, sia il pathos per l’ambiente che il minimalismo soft della “trascurabile felicità”, sia l’umida indignazione che il cinismo ostentato.

E anche quando Siti si sofferma sull’etica dell’impegno o irenica o “buonista”, sottolineando che scopo della letteratura non è la virtù (il suo è quasi un commento ad alcuni capoversi di Baudelaire) elenca meritoriamene alcuni postulati mai discussi di questa etica, ma tralascia quelli dell’etica contraria, oggi altrettanto invasiva. Certo, non è detto che la verità coincida con la bellezza, che amore e brutalità si escludano, che la violenza sia sempre da condannare, che i bambini siano innocenti, che l’odio nasca dall’ignoranza, che i sogni siano onnipotenti. Però non è neanche detto che – come recita invece la retorica “cattivista” – chi ha successo ha ragione, che i ricchi sono più capaci e con più voglia di lavorare dei poveri, che chi è più cattivo è più intelligente, che una cosa quanto più ci crea disagio (o quanto più è nascosta) tanto è più vera, che nella struggle of life della nosta società tutto è permesso (come in guerra e in amore), che la bontà è sempre maschera ipocrita di qualcos’altro (il diavolo in Dante è loico e furbissimo, ma anche stupido, perché alla bontà proprio non ci crede, e anzi in particolare non crede alle lacrime).

E poi se è vero che l’intellettuale neoimpegnato – che presume di riparare il mondo e abbraccia ogni nobile causa convinto di stare dalla parte giusta – rassicura il suo pubblico, non è altresì vero che ciascuno aspira a rassicurare un proprio pubblico, magari minoritario? Anche il pamphlet di Siti rassicura il suo. Come dissentire da chi sostiene che la letteratura autentica è sempre traumatica, “sovversiva”, che è una avventura della parola, che difende la complessità e combatte i luoghi comuni, che non può essere fatta di esempi virtuosi? Quanti scrittori – disperatamente senza lettori – , magari velleitari o mediocri, potranno consentire con queste parole di Siti, sentendosi sovversivi e disturbanti (noto che l’aggettivo “disturbante” è entrato recentemente nei comunicati degli uffici stampa, e garantisce un valore aggiunto), e dunque dalla parte giusta.

Dove passa allora il vero spartiacque nel pigia-pigia del mondo contemporaneo, dove tutti abbiamo la ossessione della visibilità e dove le masse temono non tanto lo sfruttamento quanto l’irrilevanza, la propria insignificanza? Scrive Siti: nella comunicazione attuale «non c’è più il silenzio necessario per essere parlati…». Parole d’oro, come il silenzio. E allora: da una parte ci siamo noi, impegnati o disimpegnati, apocalittici o integrati, indignati o conciliati, buoni o cattivi, sempre rumorosamente al centro della scena, con le nostre ragioni. Già Hegel aveva osservato che nell’intellettuale il desiderio di essere riconosciuto diventa il desidero di essere “conosciuto” (appunto il quarto d’ora, replicabile, di celebrità). Pubblichiamo con i migliori editori, vinciamo premi letterari, scriviamo su giornali prestigiosi, partecipiamo ai talk (se ci invitano), disponiamo sempre di un blog per dire la nostra. Dall’altra c’è chi sta fuori, chi non ha sedi, spazi, voce, blog per dire la propria, e forse non vuole averli, chi ancora “è parlato” perché abita un silenzio e una “insignificanza” sociale irrimediabili.

Ora, spesso – non sempre (la marginalità non va privilegiata in sé) – in questo spazio marginale, lontano dai riflettori e dal marketing, si nasconde il barlume di un pensiero critico, e si raccoglie forse la funzione più preziosa della letteratura: non guarire o migliorare le persone, ma spiazzarle, disorientarle, sorprenderle (senza peraltro averlo pianificato). Poi ognuno si “impegnerà” a usare come meglio crede questo spiazzamento. Qualsiasi “bene” in letteratura cade fuori della letteratura (la quale è comunque fatta di parole), e cioè nella vita del lettore, lì dove comincia la sua concreta esperienza.