Sarebbe certo un’esagerazione dire che tutti ricordano, come nel caso dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, dov’erano quando li raggiunse la notizia improvvisa e inaspettata della morte di Jimi Hendrix, il 18 settembre 1970, a 27 anni. Ma per quella parte dei giovani occidentali che avevano meno di trent’anni, erano cresciuti a ritmo di rock’n’roll, ascoltavano musica dalla mattina alla sera, manifestavano per le strade, avevano dimestichezza, se non tutti molti, con la canapa indiana e con l’Lsd25, lo shock fu immenso. Meno di 20 giorni prima Hendrix aveva trionfato al Festival dell’isola di Wight, il più oceanico pop festival europeo. Sugli schermi era arrivato da poco il film realizzato a Woodstock nell’agosto del 1969. L’esibizione di Hendrix chiudeva il film e anche dal vivo il chitarrista di Seattle, nero ma con una certa quantità di sangue nativo nelle vene, era stato l’ultimo a salire sul palco.

Gli ascoltatori si erano ormai ridotti da mezzo milione a circa 200mila ma fu lo stesso la sua performance a diventare il simbolo di quell’evento sociale e politico oltre che musicale. Il simbolo di Woodstock fu e resta ancora oggi la chitarra di Hendrix che imita i bombardamenti Usa sul Vietnam del Nord prima di lanciarsi in una furiosa versione del suo cavallo di battaglia Purple Haze. Guardando a ritroso, la quantità di Guitar Heroes di talento eccezionale che dominavano la scena musicale era allora enorme: Allman, Bloomfield, Clapton, Page, Beck, Green, Santana solo per citarne alcuni. Ma Hendrix era andato oltre la qualifica di chitarrista straordinario. Aveva cambiato una volta per tutte il suono stesso della chitarra elettrica. Su una base blues e rock aveva introdotto le distorsioni, l’uso del feedback come risorsa invece che come sgradevole rumore, il ricorso a tutti gli accorgimenti tecnologici in grado di modificare il suono originale.

Era un grande musicista rock, l’erede dei grandi bluesmen, il pioniere dell’elettronica. Eric Clapton ricorda quando si trovarono, lui con i Cream, Hendrix con gli Experience, due terzetti chitarra-basso-batteria, nella stessa sala d’incisione a Londra. I Cream erano l’alta aristocrazia del rock e ci tenevano a segnalarlo già dal nome della band. Gli Experience degli sconosciuti. Hendrix suonò, racconta Clapton «in tutti gli stili immaginabili. Poi scese dal palco e la mia vita non fu mai più la stessa». Quella notte Jack Bruce, bassista dei Cream, scrisse il pezzo più famoso del gruppo, Sunshine of Your Love, dedicato proprio alla nuova stella ascendente. Per rintracciare un caso paragonabile a quello di Hendix bisogna risalire fino alla rivoluzione di Charlie Parker nell’uso del sax col bebop, negli anni 40, e forse a Coltrane negli stessi anni 60. Ma la lista si ferma lì.

A rendere la morte di Hendrix un trauma generazionale non fu solo la sua statura artistica. Nella storia del divismo gli anni 60, in particolare la seconda metà del decennio, rappresentano un caso unico di comunicazione orizzontale invece che verticale tra le star e il loro pubblico. Solo in quella fase l’abituale tendenza dei fans a imitare i loro idoli fu rovesciata. Erano i divi a imitare il loro pubblico. A vestirsi e parlare come i fans. A cercare di imporre un’immagine identica a quella delle migliaia di giovani di fronte ai quali suonavano. Nel 1970 Hendrix era il musicista più pagato del mondo, ma era visto dai ragazzi che lo applaudivano ed esaltavano come uno di loro. Era uno dei tanti giovani che manifestavano contro la guerra vestiti da zingari. Usava le stesse droghe psichedeliche. Condivideva lo stesso immaginario modellato sui fumetti e sulla fantascienza. Un hippie che con la chitarra in mano diventava magico. Il pubblico non vedeva dunque solo le rockstar come divi ma come suoi rappresentanti.

Hendrix, per una serie di circostanze in parte fortuite, riassumeva anche i vari e a volte inconciliati aspetti della controcultura dell’epoca. Era un nero che suonava la musica dei ragazzi bianchi, il rock, anche se in realtà l’influenza del blues è marcata anche nella fase più psichedelica e nell’ultimo anno di vita il chitarrista avrebbe cercato di riconquistare il pubblico nero con una musica molto più segnata dalle influenze del jazz, del blues e del funky. Era un artista americano che aveva conquistato la fama nel Regno unito, con una band inglese, capace dunque di mettere in comunicazione diretta le due sponde dell’Atlantico. L’America del Movement e l’Uk della Swinging London.

Fino al 1966, dopo essere stato messo alla porta dall’esercito perché inidoneo alla disciplina militare, si era fatto le ossa suonando nelle backing band di vari musicisti, senza mai conquistare uno straccio di fama in proprio. Nel 1967 l’allora compagna del Rolling Stone Keith Richards lo aveva sentito suonare e portato dal manager degli Stones, Andrew Oldham, che non apprezzò e perse l’occasione di bissare il successo degli Stones. Chas Chandler, già bassista degli Animals diventato manager e produttore riconobbe invece il potenziale di Hendrix, lo portò a Londra, gli trovò un bassista, Noel Redding, e un batterista, Mitch Mitchell, creò i Jimi Hendrix Experience. In pochi mesi la nuova star conquistò l’Europa. Nel giugno 1967 al Festival di Monterey, all’inizio di quella che ancora oggi viene definita comunemente la Summer of Love, l’estate dell’amore, travolse anche il suo paese d’origine, non a caso concludendo un concerto scintillante con un pezzo americanissimo come Like a Rolling Stone di Dylan e uno molto inglese come Wild Thing dei Troggs.

Jimi Hendrix non è stata la prima star degli anni 60 a scomparire. Un anno prima, nel luglio 1969, era morto in circostanze misteriose Brian Jones, fondatore dei Rolling Stones e solo da pochi anni sappiamo che si trattò probabilmente di omicidio. Poche settimane prima di Hendrix era scomparso Alan “Blind Owl” Wilson dei Canned Heat. Ma solo con la scomparsa di quello che era allora forse il simbolo principale della controcultura arrivò la percezione che si trattasse non di una tragedia casuale e isolata ma della fine di un’epoca.