«Per consolare il giovane cui succede una disgrazia, gli si dice: “Sii forte, prendila con fegato; sarai corazzato per l’avvenire. Una volta succede a tutti, ecc.” Nessuno pensa a dirgli quello che invece è vero: questa stessa disgrazia ti succederà due, quattro, dieci volte – ti succederà sempre, perché, se sei così fatto che le hai offerto il fianco ora, lo stesso dovrà accaderti in avvenire.»
Tornando a sfogliare Il mestiere di vivere, il diario di Cesare Pavese, ho trovato questa frase del 15 ottobre 1940. Credo di averla letta per la prima volta a quindici, sedici anni. La sottolineai col pennarello rosso. Abbiamo quindi un destino al quale non possiamo sottrarci? E dove comincia allora la nostra libertà?
A quel tempo tutti leggevano Cesare Pavese: oggi, a settant’anni dal suicidio, avvenuto il 27 agosto del 1950 nell’albergo Roma davanti alla stazione di Torino, dieci bustine di sonnifero furono sufficiente a ucciderlo, resta sempre un autore molto amato, tuttavia la sua stella non brilla più come un tempo. Di sicuro tornerà a farlo.
In Pavese è davvero intenso il sentimento dell’amicizia.
Da intendersi come una fratellanza priva di dialettica.
L’interlocutore privilegiato, l’anima gemella, è quello che ci sceglie senza giudicarci, pronto ad accettarci come siamo, non come potremmo essere. E noi dobbiamo comportarci allo stesso modo con lui. L’amicizia è innanzitutto un camminare spalla a spalla. Più che parlare è tacere. Più che raccontare è ascoltare. Più che discutere è capire. Più che confrontarsi è condividere.
La solitudine della mancata paternità si lega ad una concezione tragica della vita. Da Lavorare stanca: “Uomo solo dinanzi all’inutile mare, / attendendo la sera, attendendo il mattino. / I bambini vi giocano, ma quest’uomo vorrebbe / lui averlo un bambino e guardarlo giocare.
Proprio nel momento in cui un patetico equivoco sentimentale lo aveva condotto al confino fascista di Brancaleone Calabro, Pavese verificò la vanità delle azioni umane, quasi fossero sempre, belle o brutte, destinate a tornare su se stesse, al pari delle ondate sugli scogli. Ricordiamo quando Berto, l’io narrante di Paesi tuoi, arriva nel paese del suo amico Talino: “Mi guardavo bene intorno, per sapere all’occasione ritornare e saltare sul treno. Ma treno, ferrata e stazione, era tutto sparito. – Sono proprio in campagna, – mi dico, – qui più nessuno mi trova.
Sappiamo che la matrice di queste atmosfere deve molto ai vagabondi americani, che a un certo punto lasciano tutto, una carriera, una moglie, una famiglia, e partono verso la prateria in cerca di libertà, insomma i personaggi di SherwoodAnderson,John Steinbeck, Sinclar Lewis, Dos Passos, le cui opere Pavese, insieme a Elio Vittorini, fece conoscere in Italia. Fu lui a tradurre Moby Dick di Melville: un’impresa epica. L’America, mai vista davvero, restò un sogno verbale, un’avventura della mente, un fuoco lontano che bruciò fino all’estrema drammatica illusione dell’ultimo amore per Constance Dowling, alla quale furono dedicati i versi finali di Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Chi vuole davvero conoscere Pavese dovrebbe andare alla radice di tale illusione. Prendiamo gli inizi dei tre romanzi compresi nella Bella estate. Il primo, dal racconto omonimo: “A quei tempi era sempre festa. Bastava uscire di casa e attraversare la strada per diventare come matte, e tutto era così bello, specialmente di notte…” Il secondo, dal Diavolo sulle colline: “Eravamo molto giovani. Credo che in quell’anno non dormissi mai.” Il terzo, da Tra donne sole: “Arrivai a Torino sotto l’ultima neve di gennaio, come succede ai saltimbanchi e ai venditori di torrone.” Queste ragazze, questi giovani, sfrenati dentro l’allegria del secondo dopoguerra, conoscono ciò che li attende, anche se vorrebbero dimenticarlo. Sono padroni della loro sventatezza, assai più di quanto lo fossero stati Huckleberry Finn e Tom Sawyer. Chi narra in prima persona lascia percepire una coscienza lucidissima di vuoto spirituale: il “vizio assurdo” di cui scriverà Davide Lajolo.
Le campagne californiane torneranno nei ricordi di Anguilla, il protagonista di La luna e i falò, come un ossario. Una volta s’era perduto dalle parti di Yuma. Aveva trascorso la notte nel deserto studiando tutti i sassi, le pietre, tendendo l’orecchio al verso degli animali. Dopo essere sceso dal camioncino, si chiederà: “Possibile nascere e vivere in un paese come questo?”
La risposta è incisa nelle brevi prose che compongono Feria d’agosto, uno degli scrigni della poetica pavesiana: “Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.
La seconda volta è cruciale perché coincide con l’espressione. La prima era soltanto esperienza. L’espressione senza esperienza è sterile. L’esperienza senza espressione è vuota, muta, cieca, sorda. Scrivere significa scoprire le proprie radici, capire che esse sono intrecciate con quelle di tutti gli altri: tocchi un nervo, smuovi la pianta. I Dialoghi con Leucò, il testo più caro, quello che l’autore aveva vicino a sé prima di suicidarsi, spiega in quale senso. Il destino non tradisce.
Siamo noi che, incapaci di reggerne il peso, possiamo rifiutarlo: in quel caso proveremmo il nulla, come Orfeo che non riesce a trattenersi e, disubbidendo all’ordine degli dèi, si volta indietro e cancella Euridice.
Il capolavoro di Cesare Pavese, l’opera in cui riuscì ad essere interamente se stesso, resta La casa in collina che uscì nel 1949 insieme al Carcere nel volume Prima che il gallo canti. Siamo in Piemonte, nei giorni infuocati della seconda guerra mondiale, intorno all’8 settembre.
Già in altri tempi si diceva la collina come avremmo detto il mare o la boscaglia. Ci tornavo la sera, dalla città che si oscurava, e per me non era un luogo tra gli altri, ma un aspetto delle cose, un modo di vivere.” Corrado, il protagonista, professore di matematica sfollato, di fronte al precipitare degli eventi, rimane alla finestra, non trovando dentro di sé i motivi sufficienti per una scelta che lo conduca, in una maniera o nell’altra, in mezzo agli gli uomini. “Quella specie di sordo rancore in cui s’era conchiusa la mia gioventù, trovò con la guerra una tana e un orizzonte…”
La sua vicenda con Cate, rivista per caso dopo tanti anni insieme al figlio Dino, che non si sa di chi sia, è forse il più bello fra tutti gli impossibili amori pavesiani. Stupendi sono gli scorci della città, Torino, sbiancata sotto i bombardamenti, lacera e frettolosa, color calce.
Mentre i personaggi discutono fra di loro e Corrado, al momento dell’armistizio, ripara in un convento da cui poi intraprende la via del ritorno, la Storia è una voce della radio e avanza per catene di “sentito dire” che la narrazione rincorre come da un falso luogo. “Professore, esclamò Nando a testa bassa, – voi amate l’Italia?…. No, – dissi adagio, – non l’Italia. Gli italiani. – Qua la mano, – disse Nando. – Ci siamo capiti.