Il mercato del lavoro milanese continua a offrire performance di tutto rispetto nel panorama nazionale. Secondo i più recenti dati Istat, la provincia di Milano ha un tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni del 71,7 per cento, nettamente superiore alla media lombarda (69,4 per cento) e a quella italiana, ferma al 62,2. Nella classifica provinciale stilata da Confartigianato, Milano si colloca al quinto posto nazionale per tasso di occupazione 20-64 anni, con il 77,2 per cento, dietro a Firenze, Prato, Padova e Valle d’Aosta.

Numeri che confermano il ruolo del capoluogo come locomotiva occupazionale del Paese. Tuttavia, se si guarda oltre i grandi aggregati statistici, il quadro si fa più sfumato. Nel territorio della Città metropolitana gli occupati residenti hanno superato nel 2023 il milione e mezzo di unità, con un saldo annualizzato delle posizioni lavorative positivo di oltre 42mila posti. La dinamica però si è progressivamente attenuata rispetto al biennio precedente, quando i saldi superavano le 50mila unità. E i dati nazionali più recenti segnalano una fase di assestamento: a novembre 2025 l’Italia ha registrato un calo di 34mila occupati su base mensile, con il tasso di occupazione al 62,6 per cento. La disoccupazione è scesa al 5,7 per cento, minimo storico dal 2004, ma non solo per effetto di nuove assunzioni: a crescere sono anche gli inattivi, quanti cioè hanno smesso di cercare lavoro.

Un aspetto che merita attenzione è la qualità dell’occupazione. Secondo i dati Excelsior, nel corso del 2025 la provincia milanese ha registrato un calo delle assunzioni del 9,5 per cento rispetto all’anno precedente, con una flessione marcata nelle costruzioni (meno 17,8 per cento) e nel manifatturiero (meno 14,2 per cento a livello regionale), come documentato dalla Uil Lombardia. Per il primo trimestre 2026 il quadro nazionale non segnala inversioni di tendenza: le imprese italiane programmano circa 1,4 milioni di ingressi, con l’industria ancora in arretramento (meno 3,5 per cento su base annua, con un calo del 4,6 per cento nel manifatturiero) e i servizi sostanzialmente stabili. Il tempo determinato resta la forma contrattuale prevalente, con il 47,8 per cento delle posizioni previste a gennaio. Un segnale moderatamente positivo viene dalla riduzione della difficoltà di reperimento del personale, scesa al 45,8 per cento (oltre tre punti in meno rispetto a un anno fa), anche se quasi un’assunzione su tre resta ostacolata dalla semplice assenza di candidati.

La questione salariale rappresenta forse il paradosso più eloquente. Milano vanta gli stipendi medi mensili più alti d’Italia — circa 2.642 euro lordi, contro i 1.030 di Vibo Valentia — ma il costo della vita assorbe buona parte di quel vantaggio. La soglia di povertà assoluta per un single nel capoluogo è superiore del 20-25 per cento rispetto al resto della Lombardia. Un’analisi pubblicata da Lavoce.info ha messo in luce come i lavoratori milanesi collocati nella fascia retributiva più bassa guadagnino meno dei loro omologhi nel resto della regione: il cosiddetto “urban wage premium” sembra funzionare soprattutto per chi si trova nella metà superiore della distribuzione salariale.