Non parlate di sconfitta militare. Perché quella dell’Occidente nel paese che è stato nella sua storia il “cimitero degli imperi”, si è rivelata una catastrofe politica. Così come lo è stata in Iraq, in Siria, in Libia. Perché una guerra la si può anche vincere militarmente, ma se poi non hai uno straccio di strategia politica che guida il tuo agire, quella “vittoria” si rivelerà, prima o poi, un fallimento totale. I venti anni di guerra afghana ne sono una tragica conferma.

La guerra fu scatenata dall’America, ferita dall’11 Settembre, per assestare un colpo mortale ad al-Qaeda e al regime talebano che ne ospitava i campi di addestramento e il capo dei capi, Osama bin Laden. Vent’anni dopo, l’emiro del terrore è passato a miglior vita, e come lui il “califfo” dello Stato islamico, Abu Bakr al-Baghdadi. Ma chi sa di queste cose, e non i tuttologi da salotti mediatici, ha raccontato della trasformazione del jihadismo globale dopo la “disfatta” afghana di al-Qaeda. La piovra jihadista si è ramificata, ha allungato i suoi tentacoli su altri territori, insediandosi nei tanti Stati falliti di cui il Grande Medio Oriente è pieno. E lo stesso è avvenuto per l’Isis: sconfitti in Siria e in Iraq, i miliziani del “Califfato” si sono spostati in Africa, vedi Libia, Somalia, Nigeria, Mali, Ciad etc. – o hanno fatto rientro in Europa. Ma la narrazione dei vari inquilini succedutisi alla Casa BiancaGeorge W. Bush, Barack Obama, Donald Trump e ora Joe Biden – è stata sempre la stessa: «abbiamo sradicato il terrore jihadista», esibendo, metaforicamente, la testa di bin Laden e di al-Baghdadi.

Ma le fake-narrazioni non si fermano a questo capitolo. Altri ne sono stati scritti nel voluminoso Libro dei fallimenti. Il capitolo dell’umanitarismo in armi, ad esempio. Quello contro cui Gino Strada si è battuto per tutta la vita. Quello del “dobbiamo intervenire contro i carnefici per difendere i diritti umani”. Così fu raccontata la guerra in Libia: liberare i libici dagli artigli del Colonnello (Gheddafi), lo stesso che fino a pochi mesi prima della guerra, era omaggiato da tutto il mondo imprenditoriale, pubblico e privato, europeo, Italia in prima fila. La “guerra umanitaria”: una invenzione dell’Occidente supportata da una informazione mainstream. Quello militare si è trasformato da strumento a fine. Si è pensato, illudendosi, che la forza (delle armi) potesse surrogare la debolezza della politica, la sua inesistenza. La sconfitta dell’Occidente sta in questo e in una sorta di neocolonialismo culturale che portava a pensare all’altro da sé, all’avversario, al nemico come ad una moltitudine di sociopatici che avevano trovato nell’indottrinamento jihadista la legittimazione del loro “io” criminale. Un errore clamoroso, esiziale. Nato dall’ignoranza – nel senso latino del termine – e dalla presunzione.

I talebani? Giovani barbuti invasati, indottrinati nelle madrasse wahabite, insediate nel compiacente Pakistan, e finanziate dalle petromonarchie (sunnite) del Golfo, Arabia Saudita in primis. Questa è l’idea che l’Occidente ha dei talebani. Possono trasformarsi in shahidi (martiri) ma assolutamente incapaci di pensare politica, di imbastire alleanze. La realtà ha dimostrato che questa fake narrazione è parte fondante del Fallimento. Così come lo è la convinzione, non detta ma praticata, che Islam e democrazia sono un ossimoro, due binari che non s’incontreranno mai. La stagione, dimenticata, delle “Primavere arabe”, ha dimostrato che c’era una generazione che si ribellava ai dettami jihadisti ma anche a una gerontocrazia da sempre al potere. L’Occidente ha lasciato soli questi giovani che stavano riscrivendo un nuovo vocabolario politico nel mondo arabo e musulmano, come se quei mondi contemplassero l’esistenza soltanto di rais, generali, sultani, emiri, califfi, tra i quali scegliere il “male minore”.

Una logica che spiega perché oggi l’Europa è genuflessa ai piedi di due autocrati che hanno fatto spregio dei diritti umani e delle minoranze, etniche e di genere: Recep Tayyp Erdogan e Abdel Fattah al-Sisi, tanto per non fare nomi. Meglio loro che i Fratelli musulmani o, peggio ancora, al-Qaeda, il Daesh. Così, vedrete, accadrà in Afghanistan. Anzi sta già accadendo: i talebani verranno, vengono visti, come il “male minore” rispetto ai propugnatori del Jihad globale. Facciano quel che vogliono dentro il perimetro afghano, basta che facciano da argine alla penetrazione jihadista nelle ex repubbliche sovietiche del Caucaso, o in India, in Cina, in Iran. «Nei primi anni duemila quasi tutti i pachistani e gli afghani che stimo erano convinti che gli Stati Uniti avrebbero fallito. I diplomatici, i militari e i giornalisti occidentali tuttavia erano convinti che il sostegno militare ed economico dell’occidente avrebbe aiutato Washington a rendere l’Afghanistan una democrazia moderna. L’Unione Sovietica a Kabul aveva brutalmente cercato di modernizzare e centralizzare un paese con molte comunità linguistiche ed etniche povere che vivevano in aree remote. Perché gli Stati Uniti avrebbero dovuto avere successo dove i comunisti avevano fallito? Come avrebbero potuto i loro alleati, tra i quali ci sono sempre stati alcuni degli uomini più malvagi e corrotti dell’Afghanistan, contribuire a costruire la democrazia e proteggere i diritti delle donne?».

Così lo scrittore Pankaj Mishra, in “profetico” articolo meritoriamente pubblicato da Internazionale (traduzione di Federico Ferrone). «Quando scrivevo per i periodici statunitensi – confessa Mishra – mi sentivo sollecitato a non discostarmi troppo dal consenso nazionale (a cui all’inizio aderirono anche riviste di sinistra come The Nation) a favore dell’invasione dell’Afghanistan. È per questo che quella guerra appare oggi, più di tutto, un enorme disastro culturale, un fallimento nel riconoscere una realtà complessa. Un fallimento che ha prodotto tutti gli altri fallimenti – diplomatici, militari e politici – tanto in Iraq quanto in Afghanistan. Probabilmente è troppo ottimista immaginare che questi disastri, il cui prezzo è stato spaventoso, avrebbero potuto essere evitati da opinioni meno conformiste e da un’apertura alle ragioni di chi era contrario, compresi gli afghani. Tuttavia si può trarre una lezione dalla sconfitta degli Stati Uniti: la diversità intellettuale, spesso presentata come un imperativo morale, è anche una necessità pratica. Specialmente se in futuro gli Stati Uniti vorranno evitare errori peggiori nella loro politica estera».

Fallimento fa rima con tradimento. Altra caratteristica che marchia d’infamia l’Occidente e il cosiddetto mondo libero. «Noi non contiamo niente», ci ricorda la ragazza afghana. E prima di lei, lo avevano fatto le sue coetanee curde massacrate, stuprate, dai criminali jihadisti nel Rojava; criminali al servizio del Sultano di Ankara, Recep Tayyp Erdogan. L’Occidente ha avuto una perdita di memoria, dimenticando allora il contributo decisivo sul campo dato dalle milizie curde siriane e curde irachene nella lotta contro i nazi-islamisti dell’Isis. Quelle ragazze sono state tradite. Così come lo sono le loro coetanee afghane. «Noi non contiamo perché siamo nati in Afghanistan, scompariremo lentamente dalla storia. A nessuno importa di noi».

Sono le parole pronunciate a fatica, tra le lacrime, da una ragazza afghana dopo il ritorno dei talebani nel Paese. Il video, diventato virale, è stato diffuso via Twitter dalla giornalista iraniana Masih Alinej. Un j’accuse possente. Una verità che ferisce. «Noi non contiamo niente», ci ricorda la ragazza afghana. E prima di lei, lo avevano fatto le sue coetanee curde , massacrate, stuprate, dai criminali jihadisti nel Rojava; criminali al servizio del Sultano di Ankara. L’Occidente, allora, ha avuto una “perdita di memoria”, dimenticando il contributo decisivo sul campo dato dalle milizie curde siriane e curde irachene nella lotta contro i nazi-islamisti dell’Isis. Quelle ragazze sono state tradite. Così come lo sono ora le loro coetanee afghane, ricacciate nell’inferno dell’Emirato islamico proclamato dai talebani a Kabul.

Avremo tempo per concionare di geopolitica e disegnare scenari. Oggi, però, è il tempo di chiederci: cosa abbiamo lasciato dietro di noi? Che fine farà l’Afghanistan? E, soprattutto; a quale destino stiamo consegnando donne, ragazze e bambine, dai 12 anni in su, che i talebani considerano “bottino di guerra”, destinate a diventare schiave sessuali. Ora parlano di conferenze, la pillola salva coscienze, di corridoi umanitari – cosa buona e giusta, ma che richiede una volontà politica e risorse adeguate finora indimostrate – di un’azione concertata per contenere e “mitigare” l’Emirato Islamico di Afghanistan. Si può credere a un’Europa che non ha voluto creare corridoi umanitari nel Mediterraneo e che fino a ieri ha ricacciato indietro i rifugiati afghani? Ci sarebbe bisogno di una rivolta morale dal basso, di un dovere all’indignazione che si trasforma in movimento di pressione che si faccia ascoltare a Bruxelles e nelle capitali europee. Ci sarebbe bisogno di tanti Gino Strada. Proviamoci. Ma quelli che hanno prodotto il disastro afghano, dopo quello iracheno, siriano, libico, non a una conferenza dovrebbero presenziare. Ma a una Norimberga afghana. Presenziare, dal banco degli imputati.

 

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.