La borsa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino sarebbero state prese in consegna dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra.
A dirlo, in una annotazione di servizio datata 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via D’Amelio, è l’allora capo della squadra mobile di Palermo, poi promosso questore, Arnaldo La Barbera. L’annotazione, di cui si ignorava l’esistenza fino ad oggi, è stata acquisita nei giorni scorsi dai magistrati nisseni che stanno indagando sulla sparizione di questa agenda dove il magistrato era solito annotare appunti riservati e relativi alle sue indagini più delicate.

Di quella relazione, però, non c’era traccia alla Procura di Caltanissetta: pur essendo regolarmente protocollata e firmata, non è mai stata trasmessa per competenza ai Pm, rimanendo per oltre trent’anni in un faldone dell’archivio della Questura del capoluogo siciliano.

La pista

L’annotazione è stata adesso utilizzata per motivare il provvedimento di perquisizione domiciliare nei confronti di Serena La Barbera, figlia del dirigente della polizia e di sua moglie. Un supertestimone, il padre di un’amica di Serena, avrebbe riferito una confidenza della figlia. “La mia amica Serena non si sente più di tenere una cosa di suo padre, che è morto nel 2002, era il questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Potresti conservarla tu?”, le parole della ragazza.

“Mia figlia – ha detto sempre il testimone – mi ha raccontato anche un’altra confidenza di Serena La Barbera: sua madre, su indicazione fornita dal marito prima di morire, ha usato la documentazione che nascondevano per fare assumere la figlia ai servizi di sicurezza”.

Come raccontato il mese scorso dal Riformista, per la sparizione dell’agenda venne indagato l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli. L’ufficiale venne immortalato con in mano la borsa di Borsellino. La foto, scattata tra le 17,20 e le 17,30 del 19 luglio 1992, fu scoperta casualmente solo nel 2005.

Il fascicolo

Dopo la sua pubblicazione venne aperta un’inchiesta e Arcangioli, nel 1992 in servizio al Nucleo operativo del comando provinciale di Palermo, finì indagato per il furto dell’agenda da cui sarà prosciolto definitivamente nel 2009.
Nella sentenza d’appello del processo Borsellino Quater a Caltanissetta i giudici dedicarono un capitolo alla sparizione dell’agenda, evidenziando le “molteplici contraddizioni fra le deposizioni dei vari testi esaminati”.

Pur prendendo atto dell’assoluzione di Arcangioli, poi promosso generale, i giudici nisseni ne sottolinearono il comportamento “molto grave”. Arcangioli aveva ammesso la circostanza, scrissero i magistrati, “senza fornire alcuna spiegazione plausibile del suo comportamento, poco chiaro, limitandosi a dichiarare che la borsa in questione – dal suo punto di vista – in quel momento, era un oggetto di scarsa o nulla rilevanza investigativa e che non ricordava alcunché”. Per i giudici si trattò di un’affermazione “scarsamente credibile” e anche “in palese contraddizione con la circostanza che il teste, in quel contesto così caotico e drammatico, si premurava di prelevare la borsa dalla blindata, guardando all’interno della stessa”.

I nuovi sviluppi sollevano ora interrogativi a cui è importante dare immediata risposta. Perché La Barbera, ad esempio, avrebbe scritto una relazione senza mai inoltrata in Procura? E, soprattutto, perché non venne mai sentito il procuratore di Palermo dell’epoca Piero Giammanco?