Una storia semplice, di quelle che velocemente presentano una spiegazione senza lasciare il tempo ai pensieri di ingarbugliarsi: Agitu aveva un’azienda agricola, la Capra Felice, nella Valle dei Mocheni, in Trentino, un suo collaboratore lamentava la mancata corresponsione di uno stipendio, ne è nato un litigio finito nel sangue. Agitu Ideo Gudeta è morta.

Esposto in ogni modo il nostro dolore potremo tornare alle nostre chiacchiere pandemiche, alla coda delle feste. Ma allevare capre non è una storia semplice, lo sai solo se sei capraio: se nel sangue hai una linea continua capace di montare a ritroso gli scalini del tempo e riportarti in una terra irta, faticosa, fatta di scoscesi pendii, discese a perdifiato e padroni feroci. Le capre non hanno padroni, accettano di associarsi all’uomo, di fare insieme società e dare ognuno il meglio di sé. Una capra deve essere felice per dare un latte profumato. Un capraio deve essere felice per fare un formaggio che sa di limone, vaniglia, ginestra spinosa. E fare una ricotta tenera non è arte semplice: alle tue socie cornute devi aver dato la possibilità di mangiare il fiore delle loro piante preferite, di aver respirato un’aria che viene dal cuore della montagna, e assaporato la libertà ogni giorno di tempo mite. I caprai veri il formaggio lo cagliano a freddo, col latte inacidito delle loro bestie, sotto il tegame di rame ci mettono legna profumata che brucia in aumento costante e fa salire a onde isole bianchissime in un mare verde. E dopo, la ricotta è buona da sola, è buona col miele, col vino, col pane duro, insieme al siero, adagiata, quando è tempo, sulle felci di velluto. Una storia, anche la più semplice, si ingarbuglia se la scrivono gli alieni come Sciascia, diventa intricata se arriva da Sud.

I colpi che hanno infranto la felicità di Agitu Gudeta sono l’esplosione di una ferocia che appartiene all’uomo, ma è un botto arrivato dopo la combustione di una miccia lunghissima che se volessimo seguire a ritroso ci lascerebbe meno tranquilli, rispetto a una risoluzione semplice, consolatoria. Il sogno di Agitu era un sogno etiope, lei avrebbe voluto allevare capre e coltivare nella sua terra. La sponda trentina è stata una riva che è sembrata di salvezza: nel Corno d’Africa i Governi strappano la terra a chi la usa per diritto di nascita e la consegnano alle multinazionali occidentali per assoggettarla a colture industriali, singole. Le officine bianche si mangiano la terra nera, sputano frutti sui banchi della spesa di casa nostra. Agitu è scappata dall’Etiopia per sfuggire al carcere conseguenza della propria lotta per denunciare l’illegalità degli espropri. Minacce e intimidazioni, avendo studiato sociologia a Trento torna in Italia, viene ospitata da amici, sapendo di terreni in montagna abbandonati pensa a un progetto di recupero.

Non è stata una faccenda facile: le persone che vivevano nelle zone montane, quasi, non avevano mai visto una ragazza di colore, tanta diffidenza. Ideo l’ha vinta, con la sua forza, il suo sorriso, un po’ alla volta è riuscita a conquistare la fiducia dei più, non di tutti, di tanto in tanto se lo sorbiva ancora qualche “brutta negra”, “voi non potete stare qua, tornatevene al vostro Paese”, “devi morire”. E pure qualche aggressione in casa, tanti attentati alla sua azienda agricola e alle sue capre. Ma la felicità, sua e delle sue amiche, l’ha infranta un pastore, che non era un capraio vero solo una sua tragica parodia, che come lei arrivava, in fuga, da una terra che sta a Sud, violentata e asservita a logiche occidentali, strappata alla gente che ci è nata sopra, in tanti modi. Agitu Ideo Gudeta l’ha ammazzata un suo collaboratore, per soldi, dicono, e sembra che sul suo corpo agonizzante l’assassino abbia dissacrato l’amore usando violenza sessuale, esercitando l’ignobile impossessamento che accompagna parte del mondo maschile dall’esordio dell’umanità, che trattiene molti uomini distanti dall’uscita dell’antro primordiale, che stanno oggi, ancora, alla fine di una miccia accesa migliaia di anni fa, nella polvere da sparo di un orrificante antisentimento del possesso. Se vogliamo continuare queste allucinanti vacanze natalizie, possiamo convincerci che il fatto appartenga alla normale malvagità umana, alle cose che accadono dappertutto. Ma non è una storia così semplice come la nostra ipocrisia vorrebbe.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.