Alessia Pifferi “è sotto choc, spaesata e passiva come se navigasse su una bolla d’acqua”. A parlare sono gli avvocati della 36enne accusata dell’omicidio della figlia Diana, la bambina di soli 18 mesi abbandonata nell’appartamento di via Parea a Milano per sei giorni, così da poter raggiungere il compagno nella bergamasca, e morta probabilmente di stenti.

I legali hanno fatto il punto della situazione uscendo dal carcere di San Vittore in cui la donna è reclusa, sotto regime di sorveglianza speciale per evitare gesti autolesionistici o possibile ‘vendette’ in cella. Nemmeno Solange Marchignoli e Luca D’Auria, i due legali ai quali la donna si è affidata in vista del processo, per ora riescono però ad entrare in quello che appare come il buco nero dei ricordi di quei sei giorni. “Ti guarda, ma non ti vede”, hanno detto i due legali uscendo dal colloquio.

La 36enne è apparsa agli occhi dell’avvocato Solange Marchignoli “confusa, smarita e non riesce a spiegarsi né a spiegare quello che è successo”. “Ci ha chiesto di poter andare al funerale della figlia – aggiunge il legale – non rendendosi conto che non potrà partecipare“. Il pm Francesco De Tommasi, infatti, ha disposto il dissequestro della salma della bambina, dopo l’autopsia eseguita ieri e le esequie avverranno nei prossimi giorni.

Una donna che all’avvocato “non è apparsa lucida”. Anche per questo i due legali hanno chiesto una consulenza “neuroscientifica e psichiatrica” sulla donna, affidando l’incarico ai professori Giuseppe Sartori, ordinario di Neuropsicologia Forense e Neuroscienze Cognitive all’Università di Padova, e a Pietro Pietrini, ordinario di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica all’Università di Pisa. Perizia non richiesta invece dalla Procura, ai magistrati Pifferi era apparsa infatti una donna lucida, “una persona priva di scrupoli e capace di commettere qualunque atrocità pur di assecondare i propri bisogni personali legati alla necessità di intrattenere, a qualunque costo, relazioni sentimentali e amorose con gli uomini”.

Ai suoi avvocati Alessia Pifferi ha inoltre ribadito di non aver “mai mai preso le gocce di tranquillante e di averle mai fatte prendere alla figlia”, chiarisce Marchignoli. “Il flaconcino è stato trovato sopra il microonde in cucina, dove la bambina non poteva in ogni caso arrivare da sola”, spiega l’avvocato. Parlando con i suoi legali ha anche aggiunto di averpraticato il massaggio cardiaco alla figlia” e di aver fatto il possibile per tentare di rianimarla. Ai legali ha chiesto anche “un fiocco per capelli“.

I due legali hanno fatto sapere che nomineranno un consulente sia per valutare gli esiti dell’autopsia sia per gli accertamenti irripetibili, in programma il primo agosto, sul flacone di En, sul beccuccio del biberon e sul latte rimasto dentro, sugli indumenti della bimba e su un asciugamano blu sequestrati. Uno dei punti nodali da verificare è l’ipotesi che la piccina possa essere stata stordita con l’ansiolitico.

Redazione