La domanda di potenza di calcolo cresce ogni giorno che passa: la alimentano il cloud delle imprese e della pubblica amministrazione. Lo alimenterà sempre di più l’intelligenza artificiale che sta entrando nei processi produttivi, anche delle piccole e medie imprese. Il punto non è se i data center si faranno, bensì dove. L’Italia ha davanti una scelta secca: ospitarli sul proprio territorio o assecondare la pressione nimby, che rischia di replicare ingiustificate paure come sul 5G, e lasciare che i data center sorgano a Francoforte, a Madrid o nei paesi nordici, per poi servirsene pagando un “prezzo maggiore”.

Ospitare un data center non vuol dire semplicemente mettere dei server sul territorio. Vuol dire avere in Italia una filiera intera: le imprese che li costruiscono e li attrezzano, i contratti di fornitura elettrica, la manutenzione specializzata, la sicurezza fisica e informatica, le società di cloud e di gestione dati che attorno a quelle infrastrutture fanno mercato. Vuol dire gettito per i comuni che li accolgono e lavoro per i fornitori. E vuol dire, soprattutto, tenere in casa la capacità di calcolo da cui dipendono la digitalizzazione delle aziende e la crescita dell’intelligenza artificiale, invece di affittarla da infrastrutture che controlla qualcun altro. Perché quando i dati e la potenza di calcolo che li elabora stanno altrove, altrove si decidono anche le regole, i prezzi e le priorità. Rinunciare a costruirli in Italia non difende il territorio: lo impoverisce, e per giunta regala il valore oltre confine.

L’opportunità c’è, ma va colta nel modo giusto, ed è quello che una recente legge regionale della Lombardia prova a fare. Fino a ieri su dove e come costruire un impianto il singolo comune aveva un potere enorme, ognuno con regole proprie e senza alcuno sguardo d’insieme su qualcosa che pesa sulla rete elettrica, sul suolo e sul paesaggio. La legge mette ordine con un criterio chiaro: indirizzare gli operatori verso ex aree industriali invece che verso il suolo libero. Rigenerazione urbana, aree dismesse, cave esaurite, siti contaminati e sottoutilizzati diventano la prima scelta, premiata con iter più rapidi. Chi punta sul suolo agricolo paga invece un aumento del contributo di costruzione del 50 per cento, che sale al 75 nelle aree protette, e quei soldi sono vincolati al recupero ambientale. Chi consuma una risorsa scarsa aiuta a rigenerarne un’altra.

Perché tutto questo funzioni bisogna sapere dove sono le aree dismesse, e qui la legge fa una cosa che in Italia si vede di rado: trasforma la conoscenza in un obbligo. I comuni hanno centottanta giorni per mappare le proprie aree degradate e inutilizzate, altrimenti restano fuori dai bandi regionali. Regione, province e Città metropolitana di Milano devono pubblicare quei dati su un geoportale aperto, sempre a pena di esclusione dai fondi. Le autorizzazioni passano da un nuovo sportello regionale per i centri dati, che ha una propria task force tecnica, mentre una cabina di regia permanente siede allo stesso tavolo con Regione, enti locali, Arpa, università e gestori delle reti elettriche per tenere d’occhio gli effetti complessivi. Il tutto senza un euro in più a carico dei conti pubblici. Quello lombardo è un modello da imitare, non da temere. In questo modo si decide di governare la costruzione dei data center, attirandoli dove servono e preservando ciò che va protetto. È l’opposto del divieto ideologico, ma anche del “liberi tutti”: è il modo per trattenere in casa un’opportunità industriale, invece di guardarla andare altrove.