Ora che Franca Nosca, in arte Franca Valeri, se n’è andata davvero, centenaria, anni compiuti pochi giorni fa, non ci saranno “coccodrilli”, posto che li ha avuti in vita, anticipati, al di là dell’affetto, nelle scorse settimane, proprio a lei, con la grazia che si concede a un monumento vivente alla longevità, a ciò che sopravvive alla fine di un tempo eroico spettacolare, forse anche all’intelligenza. Tra onori e onorificenze, insieme ancora alla ripubblicazione di “tutte” le sue commedie da parte de La nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi, con prefazione di Lella Costa. Nessun birignao, in lei. Franca Valeri non lascia infatti eredi cartificati, calchi, doppioni, all’orizzonte, semmai, appaiono piccine epigoni manierate, caricature; e soprattutto non si citi la Littizzetto.

Fra molto altro, scriveva, e bene, Franca Valeri, aveva il dono dei narratori in possesso di acume chirurgico per gli abissi, ora meschini ora penosi, sentimentali e condominiali, comprese le piccinerie da talamo. Anni addietro, in attesa dal dentista, tra riviste mediche e Autosprint, mi sono imbattuto in un suo tomo, Le donne, il titolo esemplare, è bastata la veloce lettura delle pagine introduttive, una lettera all’amante di un ipotetico marito, di più, del “coniuge”, per intuire che la signora Valeri aveva assai più corde, fiati, ottoni, coro, organo, insomma, talento letterario di un celebrato Alberto Arbasino, perfetto il suo spirito da “controra” e “narcisata” borghese sia capitolina sia padana, tra Montenapo e Babuino, forse perfino capace di lambire la periferica Val Melaina, residenza di poveri gabbati da ladri di biciclette e inermi struggenti commesse, così da restare incollati alla pagina, altro che spigolature per accompagnare nuove attese pettegole nel salone delle pettinatrici munite di completini e occhiali optical sotto la messa in piega, pardon, la cotonatura, già, siamo ormai negli anni Sessanta, tra Mina Mazzini e le sue bolle blu e le Orsomando dall’acconciatura sumerica.

Si chiama verve, cioè saper trovare nel proprio catasto comico le parole adatte a raccontare il mondo, deriderlo, sottoporlo agli acidi del sarcasmo misurato, forse anche le dirimpettaie, attraverso lo strumento della comicità, ecco la “signorina snob”, la signora Cecioni, il proverbiale “pronto mammà”, il grembiule della centralinista o della cassiera dell’Upim, tra echi dei “telefoni bianchi” e un tardo neorealismo più o meno rosa approdato in via Teulada, tutti “medaglioni”, volti che ora, nella fuga del tempo, ci parlano e si mostrano dagli oblò della memoria nostra televisiva; giungono fino a noi dall’Italia al mattino del suo servizio pubblico spettacolare, tra Studio Uno e il resto. E Franca Valeri lì, comunque costretta a contenersi tra le parentesi quadre del protocollo democristiano di uno schermo dal quale era sconveniente pronunciare parole quali “membro” riferendosi ai gruppi parlamentari, mica al pacco del maschio bellimbusto, convinto d’essere “gajardo”, certo che no.

Il peso e la volatilità dell’intelligenza, poi sempre lei, la Valeri, convocata, scritturata per essere il contraltare pensante e nel contempo sfigata in amore di Sophia Loren, insieme in Il segno di Venere di Dino Risi, lei lì anche in veste di sceneggiatrice: la procace e la cugina striminzita, forse anche un po’ “cozza”, comunque costretta a farsi largo tra i fusti che vogliono circuire la più bella della festa. A proposito di “Upim” a Milano, oggi sostituito dal colosso cinese a basso costo “Aumai”, meglio, di piazzale Loreto, le dobbiamo ancora, pronunciata di recente, una frase esemplare, che fa giustizia delle carte false nascoste nelle maniche del qualunquismo endemico nazionale per legittimare comunque – già, si stava poi così male con il duce! – il fascismo, denunciando la “macelleria messicana” (la definizione è di Ferruccio Parri, comandante partigiano “Maurizio”, lo si sappia) proprio di piazzale Loreto. La ragazza Franca si recò a osservare i cadaveri di Mussolini, Petacci, Pavolini, Starace e degli altri gerarchi legati a testa in giù alla pensilina di un distributore “Esso” all’angolo con corso Buenos Aires: «Mia mamma era disperata a sapermi in giro da sola. In quei giorni a Milano si sparava ancora per strada. Ma io volevo vedere se il duce era davvero morto. E vuol sapere se ho provato pietà? No. Nessuna pietà. Ora è comodo giudicare a distanza. Bisogna averle vissute, le cose. E noi avevamo sofferto troppo». Così dicendo, Alma Franca Maria Norsa, alias Franca Valeri, nata a Milano da una famiglia ebraica dell’ottima borghesia lombarda il 31 luglio 1920 rende implicitamente omaggio ai rimossi 15 partigiani martiri trucidati il 10 agosto 1944, proprio nel medesimo luogo, dai fascisti della Legione “Muti”, i loro cadaveri restarono esposti agli sguardi dei passanti per un giorno intero.

«Il sangue di piazzale Loreto lo pagheremo a caro prezzo», sia detto per precisione storica, Mussolini ebbe a pronunciare. Passati gli anni del liceo classico, causa le leggi razziali, le sarà negato di accedere all’università. Dopo la guerra reciterà a Parigi e a Londra con la compagnia del Teatro dei Gobbi insieme ad Alberto Bonucci e Vittorio Caprioli, suo futuro marito, in seguito sarà legata al direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi, scomparso nel 1995, adotterà poi la cantante lirica Stefania Bonfadelli, e in Italia troverà la celebrità radiofonica proprio con “la Signorina Snob”, verrà poi Cesira, la manicure alla Sora Cecioni. Farina dorata del suo estro, del suo sguardo da interprete di se stessa, commediografa, scrittrice, regista di prosa e di lirica, sceneggiatrice, tra cinema, teatro, televisione e loggione.

Rassicura, nel peana da “venerata maestra”, per dirla proprio con l’allievo Arbasino, che non tutti si siano uniti all’osanna, la poetessa meneghina-nibelungica Patrizia Valduga, per esempio, ha spezzato l’incanto: «Si amino pure le caricature imbarazzanti di Franca Valeri, si pensi pure che siano grandi, magari lo sono nel loro genere, ma ricordiamoci che il loro genere è piccolo». Sia salva la laicità, fuori d’ogni retorica “in articulo mortis”. Un nostro amico, Alessandro Busiri Vici, avido di cinema per dettato familiare, in rete, ha invece voluto ricordarla evocandone il ritorno da ogni possibile Ade: «La mia Elvira non c’è più…». Ciò che pronuncia il “vedovo” Alberto Sordi sapendola, sperandola deceduta in un disastro aereo nel film che ha reso un culto perfino il suo cappellino a bombetta, così con tono di strazio studiatamente affranto. Quel Sordi cui, così è stato precisato, lei, così minuta, aveva saputo tenere testa, assai più di una comprimaria del “cretinetti” che aveva già incontrato da contessa polacca Eva Bolasky, cioè Lady Eva, suggeritrice di soluzioni amorose in “Piccola posta” di Steno. Anche questo un oblò al quale accostarsi per intuirne il talento, la meccanica comica celeste, la perdita.