Sul reato di devastazione e saccheggio già la Grecia aveva lasciato ampiamente intendere che non c’era trippa per gatti rifiutando l’arresto e l’estradizione in Italia di quattro anarchici accusati in relazione alla manifestazione anti Expo del primo maggio 2015 a Milano e scegliendo di processare davanti alla corte di Appello di Atene i suoi cittadini che furono condannati a 2 anni e 6 mesi. In Italia avrebbero rischiato tra gli 8 e i 15 anni di reclusione. Pene così alte sono previste solo in Albania e in Russia oltre che da noi.

Adesso la storia si ripete. Non sarà estradato in Italia Vincenzo Vecchi il militante antagonista condannato per devastazione e saccheggio in relazione alle manifestazioni del G8 a Genova e per un corteo a Milano. Lo ha deciso la corte di Appello francese di Angers perché il reato non fa parte del codice d’Oltralpe come è assente dal codice penale greco. I giudici hanno ritenuto validi delle accuse italiane solo l’aggressione a un fotografo e il possesso di una molotov fatti per i quali c’è una pena di 1 anno, 2 mesi e 23 giorni che bisognerà decidere successivamente se Vecchi dovrà scontare in Italia o in Francia. Questo dipende dall’accettazione o meno da parte dell’Italia della sentenza di Angers. Per la giustizia italiana si tratta di una sconfitta grave dipesa anche dal fatto che le nostre autorità non vollero scorporare i reati. Una sconfitta giuridica e politica che dimostra come la credibilità dei nostri tribunali all’estero sia abbastanza scarsa.

Dice l’avvocato Eugenio Losco: «Si tratta di un importante precedente perché stavolta la giustizia francese è entrata nel merito accogliendo uno dei rilievi principali delle difese sollevato fin dall’inizio per il mancato rispetto della procedura. Il reato di devastazione e saccheggio è una fattispecie incostituzionale con delle pene incongrue spropositate e non conformi alla normativa di altri stati europei. La sua contestazione deve essere limitata a casi particolari assimilabili a eventi bellici e non certo alle contestazioni di piazza». Vecchi che vive e lavora in Francia da otto anni era stato arrestato su richiesta dell’Italia, poi le udienze per decidere erano slittate anche a causa del Covid e nel frattempo il militante noglobal era stato rimesso in libertà perché la corte di Rennes, allora competente, non aveva ravvisato pericoli di fuga smentendo anche su questo le pretese italiane.

I media nostrani hanno ignorato la brutta figura rimediata dal nostro paese in ambito internazionale eccezion fatta per un articolo peraltro equilibrato del Corriere della Sera nel fascicolo di Bergamo città in cui Vecchi è molto conosciuto per la sua attività politica. Non si vuole riflettere insomma su una legislazione emergenziale che genera ingiustizie. La decisione della corte francese in realtà stride con il dibattito politico italiano dove in materia di sicurezza non manca chi vuole addirittura introdurre il reato di terrorismo di strada in riferimento alle manifestazioni e ai cortei dove si verificano incidenti. E riguardo all’ordine pubblico e alla cosiddetta sicurezza il passaggio tra il governo con ministro dell’Interno Matteo Salvini e quello con dentro il Pd non fa registrare differenze. Dice Oreste Scalzone: «Non ci sono “meno peggio”… Tutti in solido si uniscono per volere la pelle dei Vincenzo Vecchi».

Va detto che sull’argomento è la Cassazione che cerca di porre limiti alla trasformazione di problemi politici in questioni meramente penali. In questi giorni ci sono state per esempio due importanti decisioni. È stata rimandata al Riesame di Roma l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per quattro anarchici arrestati a giugno. Gli indagati restano per ora detenuti. All’origine della scelta pare vi sia una carenza di motivazione. Sempre la Cassazione ha rigettato il ricorso della procura di Bologna contro le scarcerazioni di altri anarchici arrestati a maggio e poi liberati dal Riesame. Nei loro ricorsi gli avvocati richiamavano precedenti in cui la stessa Suprema Corte metteva dei paletti ben precisi affinché non venisse criminalizzato il dissenso politico. Il rischio è che il richiamo alla vicinanza ideologica a una certa area dell’anarchismo diventi l’unico criterio alla base degli arresti perseguendo non il fatto ma il tipo di autore.

Si tratta della tendenza storicamente rappresentata dal diritto penale del nemico. Del resto al centro degli arresti di questi ultimi mesi c’erano una serie di manifestazioni, sit in, volantinaggi contro il carcere come istituzione e per denunciare le condizioni di detenzione aggravate dall’emergenza Covid. Prossimamente la Cassazione dovrà esaminare il ricorso dell’avvocato Ettore Grenci per una questione molto significativa del clima carcerario. Il detenuto anarchico Nico Aurigemma si era visto negare il colloquio con i genitori e la sorella. Tra i motivi del no spiccava il parere contrario del pm perché Aurigemma nell’interrogatorio di garanzia dopo l’arresto si era avvalso della facoltà di non rispondere. Dunque per aver esercitato un suo diritto di indagato vedeva lesi i suoi diritti di detenuto.