Le Corti d’Appello di tutta Italia hanno inaugurato l’anno giudiziario 2021. Celebrazioni che sono avvenute in modo modesto e nelle sale vuole per l’emergenza coronavirus. Da Nord a Sud il tema centrale è stata l’emergenza coronavirus che ha praticamente paralizzato la macchina della giustizia. Ma c’è stato un altro tema affrontato dai più: il caso Palamara. A pochi giorni dalla pubblicazione del libro-intervista di Alessandro Sallusti proprio a Luca Palamara (‘Il Sistema – Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana’).

IL COVID PARALIZZA LA GIUSTIZIA – Udienze e sentenze in calo anche del 40%, come a Roma, rispetto al 2019. Magistrati di sorveglianza, a Milano, sommersi da +240% di ricorsi dei detenuti in ‘fuga’ dal coronavirus. L’onda lunga del Covid ha travolto tribunali e Corti di Appello, già in lotta contro l’arretrato. Quasi nessun distretto giudiziario si è salvato dall’effetto ‘paralisi’ del lockdown che ha chiuso l’Italia da marzo a maggio. È questo il drammatico report viene dai vertici della giustizia territoriale.

Basso profilo, data la crisi di governo, per il Guardasigilli Alfonso Bonafede. Dalla nuova aula bunker di Lametia Terme, all’anno giudiziario di Catanzaro, il ministro ha ricordato che “nel contesto del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, è previsto lo stanziamento di 470 milioni per l’edilizia giudiziaria”. Da Bari, il presidente degli avvocati Giovanni Stefani‘ obietta che “le cifre per l’edilizia giudiziaria appaiono modeste, solo 450 milioni, sicuramente insufficienti: basti pensare, restando alla sola Puglia, che per completare il polo giudiziario di Bari occorrono 355 milioni, per quello di Lecce ne sono stati promessi 70 e anche la cittadella di Foggia, costerà decine di milioni”.

“Che nel piano vaccinale non sia stato previsto alcun canale preferenziale per le strutture carcerarie, per detenuti e agenti di custodia, è una grave mancanza”, ha rilevato da Firenze Alessandro Nencini presidente vicario della Corte di Appello. Non sono più disposti a tollerare le restrizioni del Covid: avvocati sul piede di guerra. “Il diritto alla salute non può diventare onnivoro, ma va contemperato con il diritto di difesa”, va garantito “il contraddittorio” nel processo, ha detto Vinicio Nardo, il leader degli avvocati di Milano che ha parlato di “fine della civiltà giuridica” per la sospensione di tanti diritti dei carcerati, come i colloqui. Sulla stessa scia Vincenzo Comi, della Camera penale di Roma, che ha parlato di 124 contagi nel carcere di Rebibbia “a fronte dei 21 comunicati ufficialmente dalla Direzione solo pochi giorni fa”.

L’OMBRA DI PALAMARA – Del Caso Palamara ha aleggiato in tutte le aule. “La legittimazione dell’agire giurisdizionale sia direttamente proporzionale alla sua credibilità”, ha affermato, ad esempio, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini, intervenendo in Corte d’Appello a Roma. “Inutile nascondervi che anche l’anno che abbiamo alle spalle non è stato facile per il Consiglio superiore – ha aggiunto -, le note e dolorose vicende, le cui scorie ancora circolano in questi giorni, hanno reso evidente una degenerazione correntizia non più sopportabile. Sul Consiglio gravava e grava l’obbligo di dimostrare di saper continuare ad assolvere la funzione di governo autonomo della magistratura attribuitagli dalla Costituzione”.

Copione simile nelle parole del consigliere del Csm Sebastiano Ardita, intervenuto all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Palermo: “È tempo – ha detto – che il consenso e la fiducia tra base dei magistrati e componenti e organo di autogoverno avvenga su un terreno diverso, che non sia esclusivamente la carriera. Ma soprattutto occorre riportare il Csm alla sua originaria funzione di organo di garanzia, non affezionarsi all’idea di un accentramento di competenze e funzioni in pochi luoghi di influenza; impedire che l’autonomia dei singoli magistrati guadagnata verso l’esterno sia poi perduta a vantaggio dei centri di potere interno”. Poi Ardita ha aggiunto: “La magistratura non deve temere né il confronto, né il giudizio o la critica della pubblica opinione, degli avvocati e delle altre categorie professionali”. Infine ha concluso: “Quelli che verranno dovranno essere tempi di riflessione, di studio e di proposta affinché la magistratura, la sua rappresentanza, il suo autogoverno si mettano alle spalle la grave crisi di immagine e di funzionamento che si portano dietro. Occorre rifondare tutto, ripensare tutto in una prospettiva diversa, allontanando il nuovo corporativismo fatto di pregiudiziale difesa del potere interno e di controllo dei meccanismi di acquisizione del consenso, spacciati come strumenti di difesa da pericoli esterni”.

Esplicite anche le affermazioni del procuratore generale di Napoli, Luigi Riello: “Mi sembra che larga parte della magistratura si stia illudendo, in gran parte in buona fede, che, cacciato Palamara dalla Magistratura, dimessisi alcuni consiglieri del Csm, tutto sia ritornato normale. Palamara è il diavolo, lui è il cancro, lo abbiamo estirpato, le nostre coscienze sono immacolate. Palamara non credo sia l’unica strega da bruciare. Il correntismo c’era. Spero che Palamara parli, ma non con i libri, con le interviste, spero che parli al procuratore della Repubblica di Perugia, parli al Csm, dicendo tutto quello che c’è da dire. C’è una crisi, che investe il tessuto connettivo valoriale della categoria, di questo dobbiamo tenere conto”. Lo stesso pg ha aggiunto: “Nessuna indulgenza per lui, sia chiaro, se la sua colpevolezza sarà definitivamente accertata in sede disciplinare e penale. Ma fuori luogo, fuorvianti e a effetto mi sono apparsi gli inviti che, sulle mailing list, vengono quotidianamente rivolti al predetto Palamara a mettere a disposizione dell’intera magistratura italiana la trascrizione integrale della ‘messaggistica’ da lui intrattenuta con i colleghi investiti di incarichi nell’autogoverno e nella rappresentanza sindacale e con coloro che semplicemente vi aspiravano. Essi parlano giustamente di una crisi che investe il tessuto connettivo valoriale della categoria”.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.