Roberto Garofoli nel suo rapporto parla anche con i numeri. Le stazioni appaltanti sono passate da 38.393 nel 2020 a 3.823 qualificate nel febbraio 2026. Una cura drastica. Ma ridurre il numero non basta. La vera partita è trasformare la concentrazione quantitativa in qualità, competenza e capacità di acquistare bene. Il peso economico della committenza pubblica rende la questione tutt’altro che burocratica. Il valore degli appalti sopra i 40 mila euro è passato dai 169,9 miliardi del 2019 ai 309,7 miliardi del 2025, oltre il 10% del Pil. Lo Stato non è soltanto regolatore: è anche uno dei maggiori acquirenti del Paese. E se compra male, paga due volte: con la spesa pubblica e con il freno al sistema produttivo. Il primo problema è la competenza.

La qualificazione delle stazioni appaltanti non dovrebbe essere un filtro basato sul possesso formale di requisiti, ma misurare la capacità reale: esperienza, organizzazione, professionalità e attitudine a gestire procedure complesse. Da qui la proposta di una rete di centri di competenza specializzati, differenziati per fase del contratto, mercato, filiera o modello contrattuale. Una soluzione che riprende anche l’esperienza del PNRR, quando a Invitalia sono state affidate gare e ai piccoli Comuni programmazione ed esecuzione degli interventi. Poi c’è il RUP, il Responsabile unico di progetto. Nel nuovo modello dovrebbe diventare una vera professionalità, con uno status definito e un albo o registro nazionale. Le amministrazioni impegnate nei contratti più complessi potrebbero così attingere ai profili più esperti disponibili.

Altro capitolo: la centralizzazione degli acquisti. Il Rapporto propone di rilanciare Consip e i soggetti aggregatori non soltanto per ottenere risparmi, ma per utilizzare la domanda pubblica come leva di politica industriale. Le gare centralizzate dovrebbero premiare innovazione, sostenibilità e qualità. Ma centralizzare non significa opacizzare. Il dossier chiede più trasparenza sui risultati: non solo il valore delle gare bandite, ma aggiudicazioni, volumi acquistati, utilizzo delle convenzioni e performance dei fornitori.

La qualità della spesa si misura alla fine della procedura, non all’annuncio. C’è poi il nodo dei servizi ad alta intensità di competenze, come consulenza e ICT. Garofoli propone una consulenza indipendente dall’aggiudicatario, capace di aiutare l’amministrazione a definire il fabbisogno e verificare la coerenza tra prestazioni richieste ed erogate. E suggerisce limiti più stringenti al subappalto quando le competenze sono il cuore della prestazione. La digitalizzazione è il passaggio successivo. Le procedure cartacee sono scese dal 45% del 2023 al 3% nel 2024 e all’1% nel 2025. Ma è soltanto l’inizio. Il contratto pubblico deve diventare digitale nativo, dall’analisi del mercato alla verifica delle offerte. Banche dati interoperabili e intelligenza artificiale possono ridurre adempimenti, valutare i rischi e migliorare le procedure.

Infine, la formazione. La FNA-PNRR Academy ha formato oltre 63 mila dipendenti pubblici tra il 2023 e il 2025. Ora la formazione specialistica dovrebbe diventare uno standard permanente, con percorsi specifici per RUP, digitale, management e BIM. La linea è netta: la riduzione delle stazioni appaltanti è stata il primo passo. Il secondo deve essere la professionalizzazione della committenza pubblica. Perché un appalto non è soltanto una procedura amministrativa: è una decisione economica. E con oltre 300 miliardi di domanda pubblica in gioco può diventare una leva decisiva per innovazione, qualità e modernizzazione del sistema produttivo.