«Di fronte alle periodiche violazioni nello Stretto di Hormuz, anche nella settimana dei funerali di Khamenei, il presidente Trump ha perso la pazienza». Per l’analista di fama internazionale e tra i massimi esperti di finanziamento al terrorismo e del Medio Oriente, Emanuele Ottolenghi, è questa la motivazione alla base della ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran. Tuttavia, secondo Ottolenghi, nel nuovo scontro non ci sarà la stessa intensità che ha caratterizzato il conflitto passato, «con una nuova fase caratterizzata da negoziati, diplomazia dei Paesi mediatori e occasionali escalation come quelle viste negli ultimi giorni».

Cosa emerge dal vertice di Ankara? La Nato ne esce rafforzata?

«La Nato emerge come prima, con difficoltà strutturali derivanti dalla svolta americana e dal tentativo di far assumere agli europei maggiori responsabilità, dato che dovranno sganciarsi gradualmente dall’ombrello americano. Sono processi che richiedono tempo, quindi l’Alleanza rimarrà con queste difficoltà e divisioni. Non credo che il cambio della guardia alla Casa Bianca nel 2029 le cancellerà: un presidente diverso avrà uno stile diverso, forse meno combattivo e volubile, ma queste questioni resteranno centrali nell’Alleanza Atlantica».

Erdoğan appare il vero vincitore di Ankara. È così?

«Sì: ospitando il vertice, la Turchia diventa uno degli attori principali del futuro Medio Oriente, con in più la concessione di Trump sugli F-35, battaglia non ancora conclusa, ma che ha comunque dato grande risalto al padrone di casa. La Turchia è l’unico Paese Nato con un’industria militare nazionale in grado di rifornire quello che è forse il primo esercito della regione, il che non è insignificante in un’alleanza militare. Sugli F-35, Erdoğan, in passato, era stato vicino ad ottenerli, ma la sua scelta di acquistare gli S-400 russi glielo ha precluso. Trump, con la sua politica mercantilista e la sua debolezza per gli uomini forti, probabilmente non vede il problema; ma oltre all’opposizione israeliana c’è quella, più decisiva, del Congresso americano, che non vuole rischiare che la tecnologia dell’F-35 venga esposta ai sistemi di difesa russi già in dotazione alla Turchia. Nonostante ciò, il problema turco riguarda la Nato: la Turchia è diventata una potenza revisionista, esportatrice di radicalismo islamico, non democratica e non allineata con gli interessi strategici Nato, sia verso la Russia sia sul radicalismo islamico che alimenta anche nella regione».

Proprio dal vertice, Trump dichiara la ripresa delle ostilità con l’Iran, poco dopo aver rimproverato gli alleati europei. Cosa c’è dietro questa mossa?

«Non bisogna complicare una questione semplice. Il memorandum d’intesa firmato con l’Iran il mese scorso serve a stabilizzare l’economia globale e a riaprire il transito delle risorse energetiche dal Golfo Persico attraverso Hormuz. Gli accordi politici e nucleari possono essere negoziati in 60, 120 o 180 giorni, ma lo scopo principale è la stabilizzazione dei mercati e il ritorno dei flussi energetici, anche in vista delle elezioni di novembre. Da quando l’accordo è stato firmato, è chiaro che l’Iran — che ha come carta vincente il controllo di Hormuz — non abbia intenzione di rinunciarvi, e si sono verificate violazioni periodiche: attacchi contro navi che si rifiutano di attraversare il tratto di mare sotto controllo iraniano. Di fronte a queste ripetute infrazioni, anche nella settimana dei funerali di Khamenei, il presidente ha perso la pazienza. Non è una persona ideologica ma pragmatica: se qualcosa non funziona, non ha problemi a rinnegarlo. Detto ciò, non credo ci sia una volontà politica americana di tornare all’intensità di conflitto avuta tra il 28 febbraio e l’8 aprile, perché resta l’imperativo di calmare i mercati».

In cosa consisteranno questi nuovi raid americani?

«Nel primo ciclo di attacchi gli americani hanno colpito l’apparato offensivo e difensivo iraniano sulla costa del Golfo: batterie missilistiche, sistemi di difesa antiaerea e la flotta di motoscafi veloci delle Guardie Rivoluzionarie usata per disturbare il traffico marittimo. Se gli attacchi continueranno così, allora direi che la strategia è indebolire gli strumenti con cui l’Iran mantiene il controllo sullo Stretto. Trump comunque non ha detto che i negoziati sono finiti: se i negoziatori vogliono negoziare, per lui va bene. Ci sarà probabilmente una fase caratterizzata da negoziati, diplomazia dei Paesi mediatori e occasionali escalation come quelle viste negli ultimi giorni. Ogni escalation però può sfuggire al controllo: gli iraniani potrebbero lanciare missili contro Israele, provocando una risposta israeliana di vasta portata. Sul Libano gli iraniani sono in difficoltà, perché credevano che il memorandum avrebbe costretto gli Usa a imporre il ritiro israeliano; invece Israele non era obbligato ad adempiere a un impegno che non aveva preso, e gli americani, poi, hanno facilitato un accordo diretto Libano-Israele che contraddice il memorandum. È possibile che l’Iran usi la situazione del Golfo come leva per ottenere concessioni sul Libano, ma anche in quel caso i rischi di escalation sono significativi. I due punti fermi restano: gli americani hanno una tolleranza limitata alla pressione economica e non possono permettersi che il petrolio superi i 100 dollari al barile, mentre gli iraniani non vogliono rischiare di perdere Hormuz».

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Ruben Caivano, studente al terzo anno del corso di laurea in Scienze Politiche e Studi Europei. Appassionato di attualità, relazioni internazionali e integrazione europea, guardo alla storia del secolo scorso come una chiave di lettura fondamentale per comprendere gli eventi di oggi.