La scure del regime militare birmano colpisce ancora una volta Aung San Suu Kyi, la leader politica democratica e premio Nobel, già agli arresti domiciliari dal colpo di stato del febbraio 2021. 

Un tribunale del Paese l’ha infatti condannata ad altri sei anni di prigione nell’ambito di un processo condotto a porte chiuse e senza la possibilità per la stampa di poter assistere alle udienze, oltre ad un ordine del tribunale che impediva agli stessi legati di Aung San Suu Kyi d poter parlare pubblicamente del processo.

Le accuse nei confronti della leader birmana, già condannata lo scorso gennaio a quattro anni per violazione delle restrizioni alle importazioni (importando illegalmente dei walkie-talkie), la violazione della legge sulle telecomunicazioni (utilizzando i walkie-talkie senza licenza) e la violazione delle restrizioni per il coronavirus, erano quelle di aver abusato della sua posizione nel governo del Myanmar per affittare terreni pubblici a canoni inferiori a quelli di mercato e per aver costruito una residenza privata con fondi raccolti per scopi caritatevoli.

Dal colpo di stato del 2021, compiuto dall’esercito instaurando un regime militare, il Paese è sprofondato nuovamente nella dittatura, le libertà sono fortemente limitate e gli stessi militari controllano il sistema giudiziario.

Proprio dopo la svolta militare Aung San Suu Kyi ha dovuto incassare diverse condanne. Nel dicembre 2021 era stata condannata a quattro anni, due per sedizione e due sempre per aver violato le restrizioni per il coronavirus, durante la campagna elettorale. Quindi ad aprile l’ennesima condanna, questa volta a cinque anni, con l’accusa di aver accettato una tangente dell’equivalente di oltre 500mila euro dall’ex governatore della regione di Yangon.

Redazione