La giunta militare del Myanmar ha deciso di concedere una “grazia parziale”, riducendo da quattro a due anni la condanna inflitta al Nobel per la pace birmano Aung San Suu Kyi. Questa mattina, il tribunale speciale a Naypyidaw aveva condannato a quattro anni di carcere Suu Kyi, ritenuta responsabile del reato di incitamento al dissenso contro i militari e violazione delle restrizioni Covid-19 durante un comizio elettorale, organizzato in occasione del voto dello scorso 8 novembre. Anche per l’ex presidente birmano, Win Myint, è stata dimezzata anche la pena: Myint  aveva ricevuto la stessa condanna di Suu Kyi.

La pena comminata questa mattina alla Nobel per la pace e politica birmana si aggiunge alle altre condanne inflitte alla leader democratica, dopo il golpe militare dello scorso 1° febbraio.

L’udienza del tribunale speciale a Naypyidaw si è svolta a porte chiuse. I giornalisti non hanno potuto assistere ai procedimenti del tribunale speciale nella capitale, e agli avvocati di Suu Kyi è stato vietato di parlare con i media.

Il governo di unità nazionale di Myanmar, costituito in contrapposizione alla giunta militare golpista da forze politiche democratiche del Paese, denuncia come “illegittima” la condanna nei confronti della leader democratica. “Tutte le accuse del regime golpista riguardo questioni politiche sono state nulle sin dall’inizio e pertanto le sentenze dei tribunali su queste accuse sono assolutamente illegittime”, ha affermato il ministro della Giustizia del governo di unità nazionale, Thein Oo, citato dal sito di notizie Myanmar Now.

Fino a 120 anni di prigione

Dal giorno del colpo di stato militare, oltre 1.300 persone sono state uccise e più di 10mila arrestate nel corso di una drastica repressione del dissenso secondo le stime di una Ong locale che tiene i conti sulla base di testimonianze e denunce degli oppositori.

L’ex consigliera di Stato fronteggia diverse accuse e non si escludono ulteriori imputazioni, che potrebbero costarle pene detentive per un totale di oltre un secolo. La scorsa settimana, Aung San Suu Kyi è stata condannata per il reato di corruzione, relativo al nolo e al successivo acquisto di un elicottero tramite fondi pubblici, e per il reato di violazione di un codice sui segreti di Stato risalente all’epoca coloniale.

Il mese scorso l’ex consigliera di Stato è stata incriminata con l’accusa di frode in relazione alle elezioni de 2020. Assieme a Suu Kyi sono stati incriminati per il medesimo reato altri 15 ex funzionari, incluso l’ex presidente Win Myint e il presidente della commissione elettorale. Suu Kyi si trova agli arresti domiciliari dal giorno del golpe, e sul suo capo il governo militare ha post una lunga lista di capi di imputazione, inclusa l’accusa di aver importato illegalmente walkie talkie, sedizione e corruzione.

Con la detenzione dell 76enne Aung San Suu Kyi è stata posta la parola fine alla breve parentesi democratica del Myanmar.

La risposta della comunità internazionale

Dura la condanna da parte della comunutà internazionale. Il governo britannico ha fortemente criticato il nuovo reato imputato alla Nobel per la Pace: “Un altro spaventoso tentativo del regime militare di soffocare l’opposizione e sopprimere la libertà e la democrazia”, afferma la ministra degli Esteri, Liz Truss, in una nota diffusa dal Foreign Office. E si legge ancora: “Il Regno Unito chiede al regime di rilasciare i prigionieri politici, impegnarsi nel dialogo e consentire un ritorno alla democrazia. La detenzione arbitraria di politici eletti rischia solo di creare ulteriori disordini”.

Anche l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, si è unita al coro di critiche contro la giunta birmana. “La condanna a seguito di un processo farsa davanti a un tribunale controllato dai militari non è altro che una sentenza motivata politicamente”, ha denunciato Bachelet, che ritiene che questa condanna non solo neghi “la libertà” alla premio Nobel per a pace ma “chiude la porta al dialogo”.

Per il segretario di Stato americano Antony Blinken la condanna inflitta al Nobel per la pace è “un affronto alla giustizia. “L’ingiusta condanna di Aung San Suu Kyi da parte del regime militare birmano e la repressione di altri funzionari democraticamente eletti sono un ulteriore affronto alla democrazia e alla giustizia in Myanmar. Il continuo disprezzo del regime per lo stato di diritto e il suo uso diffuso della violenza contro il popolo birmano sottolineano l’urgenza di ripristinare il percorso del Myanmar verso la democrazia”, si legge in un comunicato del dipartimento di Stato Usa. Washington, inoltre, ha fatto appello al rilascio dei detenuti politici e al dialogo e ha ribadito il suo sostegno al popolo birmano. “Esortiamo il regime a rilasciare Aung San Suu Kyi e tutti coloro che sono stati ingiustamente detenuti, compresi altri funzionari democraticamente eletti. Ribadiamo la nostra richiesta al regime di impegnarsi in un dialogo costruttivo con tutte le parti per cercare una soluzione pacifica nell’interesse del popolo, come concordato nel consenso in cinque punti dell’Asean”, prosegue il capo della diplomazia statunitense.

Anche il comitato che assegna il Premio Nobel per la pace ha espresso “inquietudine” per la condanna dell’ex leader birmana Suu Kyi, al termine di un processo definito “poco credibile”. La presidente del comitato norvegese Berit Reiss-Andersen si è detta “preoccupata per ciò che significa questa reclusione per il futuro della democrazia in Birmania”. Temendo anche i “costi personali per una lunga pena detentiva” che rischia di pagare la vincitrice del premio nel 1991.

Redazione