Tre accuse che sembrano quasi una barzelletta: la violazione delle restrizioni alle importazioni (importando illegalmente dei walkie-talkie), la violazione della legge sulle telecomunicazioni (utilizzando i walkie-talkie senza licenza) e la violazione delle restrizioni per il coronavirus.

Per questo il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, leader politico birmano, è stata condannata da un tribunale del Myanmar a quattro anni di prigione. Aung San Suu Kyi era già agli arresti domiciliari dal colpo di stato compiuto dai militari lo scorso febbraio nel Paese.

Il mese scorso la 76enne consigliera di Stato era stata condannata una prima volta a quattro anni di reclusione: due per sedizione e due sempre per aver violato le restrizioni per il coronavirus, durante la campagna elettorale. Una condanna, quella del 5 dicembre, poi ridotta a ‘soli’ due anni dalla giunta militare che guida oggi il Paese.

Ma a carico di Suu Kyi pendono in realtà una dozzina di processi per decine di capi d’imputazione posti sul suo capo dal governo militare dopo il golpe di febbraio dello scorso anno: il premio Nobel rischia fino ad altri 89 anni di reclusione.

Già lo scorso mese, in occasione della prima condanna inflitta dal tribunale birmano, dall’estero erano arrivate dure reazioni. Secondo Michelle Bachelet, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, la condanna arrivava “a seguito di un processo-farsa a porte chiuse e di fronte a una corte controllata dalle Forze armate”, definendo il tutto “una sentenza motivata politicamente”, una negazione arbitraria della sua libertà” e “un’ulteriore chiusura della porta al dialogo politico“.

Redazione