Il grido è unanime: l’Ilva ai cinesi salvatori della Patria! La proclamazione è dei media dopo la nostra solitaria e inedita anticipazione della scorsa settimana. Ora la ricostruzione sembra essere questa: considerando che la ArcelorMittal dopo la mancata conversione del famoso decreto legge riguardante l’immunità penale, stizzita, ha deciso non solo di rovesciare il tavolo, ma anche d’abbandonare Taranto e spegnere gli altiforni, una valida via d’uscita sembra sia quella di rivolgersi ai cinesi. I quali tra tutti i produttori mondiali di acciaio sembrano essere gli unici disposti a farsi carico dello stabilimento pugliese comprese le note annesse questioni che caratterizzano il sito produttivo. È evidente come l’acquisto non sia immediatamente remunerativo e che le ragioni non siano solamente questioni di bilancio, ma anche (soprattutto) strategiche. L’interessamento dei cinesi può essere giustificato dalla probabile adozione da parte dell’Unione europea del Carbon Border Adjustment: l’introduzione di un’imposta sull’inquinamento prodotto dalle imprese siderurgiche extra europee. E abbiamo già spiegato come questo Governo sia particolarmente incline a cercare alleanze con la Cina: l’asse Roma-Pechino è ora forte e evidente. Il giorno successivo la nostra anticipazione il Corriere della Sera ha ipotizzato il potenziale interesse dei cinesi.

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Poi, in ordine cronologico, è stato reso noto che la britannica British Steel viene salvata dal gigante cinese Jingye Group disposto non solo ad acquistare, ma anche a eseguire un onerosissimo piano d’investimento. Il quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro ha narrato dell’incontro a Venezia tra Romano Prodi e Eric X Li della Chengwei Capital. Il professore, racconta il quotidiano, avrebbe fatto da intermediario per la vendita dell’ex Ilva. Il sito di Radio Radicale riprende quanto scritto dal giornale milanese e pubblica, traducendolo, un intervento di Martin Thorley apparso su Foreign Policy dove con lucidità lo studioso spiega, dal punto di vista strategico, la pericolosità della cessione dell’acciaieria inglese ai cinesi. Il Sole24Ore della scorsa domenica ha dedicato un’intera pagina alla questione ex Ilva riportando l’interesse del nostro governo ad agganciare i tipi della Jingye Group per cercare di vendere l’acciaieria di Taranto. Il Corriere della Sera di ieri ha ripreso quanto scritto da Il Sole24Ore. È doveroso un approfondimento. Innanzitutto sarebbe utile capire le ragioni per cui il famoso decreto legge non è stato convertito. In questo caso il decreto, essendo ad personam, vale a dire pensato e dedicato alla situazione particolare dello stabilimento di Taranto, sarà stato stilato, per lo meno, a quattro mani: con la collaborazione di tecnici incaricati dalla ArcelorMittal. Dunque si era giunti a una stesura che accontentava entrambe le parti. Perché non convertire in legge un testo già condiviso dalle parti industriali e politiche? La nostra anticipazione è stata pubblicata prima che Romano Prodi incontrasse a Venezia Eric X Li. I due si frequentano da tempo: già nel 2018 alla nota Bologna Business Scholl di Villa Pallavicini hanno tenuto una lezione riguardante l’abilità di persuasione di un sistema politico. Entrambi fanno parte del comitato scientifico della Eastwest European Institute. La settimana scorsa Romano Prodi ha introdotto l’amico Eric X Li alla Fondazione Cini, fondazione culturale guidata da un altro amico del Professore, il bresciano Giovanni Bazoli l’uomo della finanza cattolica, presidente emerito di Intesa San Paolo. Eric X Li, fondatore e managing partner di Chengwei Capital e amministratore fiduciario del China Institute della Fudan University, a quanto sembra, diventerà socio sostenitore della Amici di San Giorgio, una creatura della Fondazione Cini. A Venezia Romano Prodi ha ribadito come la cultura può essere un veicolo di distensione tra Stati Uniti e Cina. Occorre sottolineare gli ottimi rapporti che il non più giovane Romano Prodi vanta con la Cina: è stato nominato dal governo cinese Advisor Council del Belt And Road Forum, allo stesso tavolo siedono personalità di spicco della politica internazionale. Invece il citato articolo di Martin Thorley riguardante l’acquisizione da parte dei cinesi della British Stell pubblicato sul Foreign Policy, tradotto e diffuso dal sito di Radio Radicale non fa sconti: «Le questioni legate alla proprietà dello stato-partito cinese non sono le stesse della proprietà straniera in generale, né lo sono gli svantaggi spesso discussi dal capitale transnazionale. Oggi, mentre si avvicina la Brexit, il Regno Unito si avvicina pericolosamente a rendersi dipendente da capitali cinesi, con implicazioni inquietanti». Torniamo alla ex Ilva. Il Sole24Ore di domenica ha dedicato un articolo all’esposto che i tre commissari straordinari hanno depositato per competenza alla Procura della Repubblica di Taranto. Virgolettato troviamo riportato: «L’uso che AMi (ArcelorMittal) sta facendo di impianti di interesse strategico nazionale risulta obiettivamente arbitrario…». Quindi Taranto è un sito produttivo d’interesse strategico nazionale, ma com’è possibile cederlo ai cinesi senza passare per la Golden Power? La stessa Golden Power invocata in una consulenza dall’avvocato Giuseppe Conte ora presidente del Consiglio.