Non si deve salvare l’Ilva, ma la credibilità dello Stato
Bagnoli, Taranto e la fine misera della storia industriale italiana
Una grande storia industriale finita miseramente. Taranto rischia la fine di una altra acciaieria storica: Bagnoli. Si continua a prendere tempo, alimentando il bluff dei “nuovi compratori” interessati ad Acciaierie d’Italia (AdI). La verità è un’altra: il governo guidato da Giorgia Meloni dovrebbe dire con chiarezza che, allo stato, non esistono le condizioni per produrre acciaio. Dalle ciminiere dello stabilimento siderurgico di Taranto – un tempo fiore all’occhiello del sistema Italia e il più grande polo europeo dell’acciaio – non esce più un filo di fumo.
La produzione è ridotta al minimo, mentre lo Stato interviene a gocce per sostenere lavoratori ormai in larga parte in cassa integrazione. Si è passati da circa 4.500 addetti coinvolti a oltre 5.700, con proiezioni che sfiorano i 6.000. Di questo passo, l’intero organico sarà assorbito dagli ammortizzatori sociali. Il punto di svolta, mai risolto, resta il ritorno al privato con Arcelor Mittal. Quella che doveva essere la soluzione si è trasformata nell’ennesima occasione perduta. Il governo guidato da Giuseppe Conte, su impulso del ministro Luigi Di Maio, nel 2019 eliminò lo scudo penale, aprendo un contenzioso con il partner industriale e incrinando definitivamente il rapporto. Poi il cambio di rotta: l’ingresso del pubblico con Invitalia 40% e Arcelor Mittal 60% e la nascita di AdI. Un ibrido mal riuscito, dove pubblico e privato hanno condiviso oneri senza mai costruire una strategia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’azienda con un passivo vicino a 1,6 miliardi, produzione al minimo e un solo altoforno operativo.
Nel frattempo, lo Stato ha speso cifre ingenti: 680 milioni nel 2023, 320 nel 2024, altri 250 nel 2025. Risorse che non hanno rilanciato la produzione, ma solo rinviato il tracollo. Anche sul fronte della cessione si procede a vuoto. Il “bando bis” del Mimit ha raccolto manifestazioni d’interesse, ma pochi soggetti credibili. Tra questi, il fondo Flacks e gruppi della galassia indiana come Jindal. Ma senza certezze normative, con costi ambientali elevati e investimenti miliardari necessari, nessun investitore serio è disposto a esporsi davvero. Il nodo industriale resta irrisolto: la transizione verso forni elettrici e DRI richiede tempo, gas, infrastrutture e risorse che oggi non ci sono. E mentre si discute, il mercato corre e l’impianto si spegne. In questo quadro, il governo si muove senza margini. Giorgia Meloni chiede flessibilità a Bruxelles, ma l’Europa resta ferma: niente deroghe senza un piano credibile. E un piano, semplicemente, non c’è. E allora basta con le illusioni. L’ex Ilva non è più una crisi industriale: è il simbolo di una politica che rinvia, promette e non decide. Lo Stato non ha i soldi per rilanciare, i privati non hanno convenienza a entrare, l’Europa non è disposta a pagare il conto. Continuare a raccontare che “qualcuno arriverà” non è ottimismo: è mistificazione. La verità, scomoda ma inevitabile, è che questa è una crisi senza sbocco. E chi oggi governa, invece di dirlo agli italiani, preferisce nascondersi dietro bandi, tavoli e annunci. Ma il tempo delle finzioni è finito: qui non si tratta più di salvare l’Ilva, ma di salvare la credibilità dello Stato. E, su questo terreno, il fallimento è già evidente.
© Riproduzione riservata






