Barbara D’Urso è una di noi, che, sempre come noi, desidera che la terra non abbia più “dannati”, sfruttati e sfruttatori, per citare Frantz Fanon, un classico della rivolta terzomondista, cose, appunto, da noi “comunisti”. Cose, almeno all’apparenza, antiche, passate di moda. Fortuna però che esattamente Barbara D’Urso adesso ne riporta il sentimento in vita. In che modo? Con le sue parole. Precise, nette, inequivocabili. Barbara infatti è “comunista”, come il filosofo Marx crede che il mondo debba essere cambiato, non soltanto interpretato. Ho detto “comunista”, non altro. Parola che mette ancora adesso paura, molto più che “socialista” o “socialdemocratico”, suggerendo perfino astio e riprovazione verso chi dovesse, e ancora, dichiararsi tale. Anche noi, lo si sappia, siamo usciti dal “Grande Fratello Vip” nuovamente “comunisti”, così come abbiamo raccontato proprio su queste pagine, adesso però è della signora D’Urso che si ragiona e si canta, come direbbero Dario Fo e Franca Rame, altri “comunisti”.

Leggo infatti che, intervistata da un prestigioso, già rotocalco, Barbara, si associa dapprima a Lapo Elkann che aveva ricordato su Twitter una storica partigiana: «Mi addolora la scomparsa di Lidia Menapace, partigiana che ha contributo alla Libertà del nostro Paese. Numerose le Donne che dalla sconfitta del nazifascismo alla nascita della Repubblica hanno reso l’Italia un posto migliore. Non dimentichiamole». E ancora, sempre Lapo, «È tempo di sciogliere tutte le organizzazioni fasciste ed estremiste subito. Vergogna». Ecco che Barbara, nella medesima pagina confessa: «Votavo per il Partito comunista quando c’era, ero di sinistra. Ancora oggi continuo a essere dalla parte del popolo. Mi hanno chiesto mille volte di scendere in politica, prima o poi lo farò». Più “comunista” di così, avrebbe detto il saggio Petrolini, si muore.

Molti hanno avvertito una fitta al cuore di fronte a un simile appello; va da sé che Barbara D’Urso ha citato anche Enrico Berlinguer, il suo “santino”. Il dibattito sui social si è subito aperto con vigore e forsennatezza, ma di questo ci deve importare poco, zero, l’unica cosa che adesso conta, almeno agli occhi di coloro che attendevano questo endorsement, è la confessione che giunge dalla figura più paradigmatica e luminescente, talvolta in senso crudelmente pop, della programmazione emozionale, sì, non c’è altro modo per definirla, di Canale 5, dominio di Mediaset, Cologno, Berlusconi.

I fascisti del terzo millennio del “Primato Nazionale”, a firma Davide Romano, di fronte a Barbara ormai irrimediabilmente “comunista” non si danno requie, e chiosano nella convinzione di assistere a un baratro, lei come cavallo di Troia d’ogni dissoluzione ideale: «I compagni si mettano l’anima in pace: la regina del salotto tivvù berlusconiano, il simbolo dei sentimenti e del dolore un tanto al chilo, colei che insieme a Salvini ha recitato il rosario in diretta, è roba loro». Poi, proseguendo: «Eppure recentemente qualche segnale la conduttrice di Domenica Live l’aveva inviato: l’appello pro Lgbt rifilato in diretta alla Meloni parla chiaro». Infine: «Come si coniuga dunque il passato comunista di Barbarella con il rapporto “speciale” tra lei e Berlusconi? Chissà che la discesa in campo della D’Urso non sarà nell’ottica di un nuovo patto del Nazareno, visti anche i recenti ammiccamenti dell’ex Cav al Pd.

Riassumendo, Barbara “pontiera”, Barbara che, sempre “col cuore”, fa del proprio lavoro un laboratorio politico, come già, metti, il milazzismo in Sicilia negli anni Cinquanta. E, su tutto, Berlusconi – oh, ce l’hanno proprio con questo sant’uomo – anche lui, sotto sotto, trasfigurato in “comunista”, conversioni al tempo del coronavirus. Intanto su Twitter, un vero signore che si firma ‘O Strunz, si esprime così: «Barbara D’Urso: “Da giovane ero Comunista”. Barbara D’URSS…” Oh, sciocca pretesa di associare certo genere di convincimenti profondi, ossia voler lottare per “il socialismo e la libertà”, come recita il canto, “Bandiera rossa”, con l’orrore dei sistemi concentrazionari, il sovietico di Lenin, Stalin, Breznev, perfino Gorbaciov, su tutti».

E un altro: «Barbara D’Urso essendo di sinistra (comunista) già me la immagino nel Pd insieme alla Boldrini, Lorenzin, Serracchiani, non vedo l’ora di farmi quattro grasse risate». Chiude un’ultima sentenza: «Barbara D’Urso dichiara di essere stata comunista, ma ora non più. Più o meno da quando Berlusconi le paga lo stipendio». Oh, ma proprio con Berlusconi ce l’hanno! Voglio vedere quando anche lui, insieme a Barbara andrà a friggere le braciole nelle risorte feste de l’Unità!  Se ci fosse ancora, non dico il Pci, ma il suo rotocalco storico, Vie Nuove, sorta di Domenica del Corriere già diretto da Maria Antonietta Macciocchi, Pasolini tra le sue firme, è certo che a lei, “Barbarella”, ne andrebbe affidata la cura; si sappia infatti che perfino un severo latinista, Concetto Marchesi, ebbe a dire: «Noi dobbiamo combattere l’idea diffusa che tutto nel nostro mondo comunista sia uggia, pesantezza, musoneria. E lo sa bene il compagno Luigi Longo, che su Vie Nuove ha aperto le colonne alle belle figliole. Mondanità? Sia pure». È proprio fatta! Dopo Rosa Luxemburg, c’è soltanto Barbara Carmelita D’Urso.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.