I paracadutisti della Regina, quelli in forza al Primo Battaglione del Parachute Regiment di stanza nell’Ulster, avevano già alle spalle una strage domenicale. La notte del 9 agosto 1971, nel quartiere cattolico di Ballymurphy, Belfast, avevano aperto il fuoco sui manifestanti che protestavano contro l’Operazione Demetrius, gli arresti di massa senza bisogno di prove, avviata quella stessa mattina. Ne avevano ammazzati 6. Un’altra persona ci avrebbe rimesso la pelle il giorno dopo, più ulteriori quattro l’11 agosto. Eppure proprio loro furono scelti per contenere la manifestazione convocata per domenica 30 gennaio nella città che gli inglesi chiamavano Londonderry e gli irlandesi Derry. Sarebbe finita con 13 cadaveri e una quattordicesima vittima sarebbe spirata all’ospedale qualche giorno dopo. La storia d’Irlanda è costellata da domeniche di sangue. Ma da allora il Bloody Sunday per eccellenza è quel 30 gennaio 1972, all’inizio dell’anno più insanguinato nella lunga guerra che nel Regno Unito è comunemente definita “The Troubles”. Solo in quell’anno costò 500 morti.

In entrambe le stragi, l’esercito di sua Maestà sostenne di aver risposto al fuoco dei cecchini cattolici. L’inchiesta guidata dal barone di Widgery per la strage di Derry confermò nel 1980 quella versione. Solo nel 2010 una nuova inchiesta ha chiarito che i manifestanti uccisi erano tutti disarmati. Tutti. Quella domenica fu effettivamente sparato da un militante dell’Ira un solo colpo, che peraltro non colpì nessuno, quando la mattanza era già in corso. I parà avevano sparato senza motivo. Alla fine anche per Ballymurphy è arrivata la verità: come mesi dopo a Derry anche lì i militari avevano sparato su persone disarmate e senza correre alcun serio rischio. C’è voluto mezzo secolo. L’inchiesta si è conclusa nel maggio 2021. Anche a Derry la manifestazione di domenica 30 gennaio era stata convocata contro la regola introdotta nell’agosto precedente, quella degli arresti di massa e della detenzione prolungata senza processo, oltre che contro il divieto di manifestare per tutto l’anno deciso dal governo dell’Irlanda del Nord il 18 gennaio.

Sulla carta la detenzione senza processo avrebbe dovuto colpire tutti i gruppi armati, i cattolici dell’Ira Official e quelli molto più agguerriti dell’Ira Provisionals, i protestanti dell’Upv (Ulster Prtestant Volunteers) braccio armato del movimento fondamentalista anticattolico fondato nel 1966 dal reverendo e futuro primo ministro Ian Pasley. Nei fatti tutti i 350 arrestati dell’Operazione Demetrius erano cattolici e nessuno faceva parte dell’Ira. Eppure quando le truppe inglesi erano arrivate a Belfast e Derry per “ripristinare l’ordine”, il 14 agosto 1969, erano state accolte con applausi e sollievo dai cattolici, convinti che avrebbero costituito una garanzia rispetto alle violenze e ai continui attacchi delle forze di polizia dell’Ulster, la Ruc, e dei gruppi protestanti estremisti. In quell’estate del ‘69 gli scontri e le violenze erano già all’ordine del giorno. Le manifestazioni dei cattolici erano cominciate nell’estate del 1968 e le testimonianze dell’epoca e dei protagonisti non raccontano affatto una storia di opposti integralismi etnici o religiosi.

Al contrario nella memorialistica tutti ricordano le immagini delle manifestazioni dei neri nel Sud degli Usa, tutti insistono sulla somiglianza tra la loro lotta e quella per i diritti civili dall’altra parte dell’oceano. L’Ulster era l’Alabama d’Europa. I cattolici erano discriminati da ogni punto di vista, incluso quello elettorale dal momento che la legge concedeva il diritto di voto solo ai proprietari di casa, in maggioranza protestanti. La scintilla fu forse la discriminazione nell’assegnazione degli alloggi. Nei ghetti cattolici come Bogaside a Derry, allora l’area a più alta densità di popolazione d’Europa, il sovraffollamento e le condizioni abitative erano disperate. A partire dall’autunno del 1968 la repressione delle manifestazioni da parte della Ruc, gli attacchi ai quartieri dei cattolici e le bombe nei loro locali erano diventati continui. I cattolici reagirono barricando i loro quartieri, resi inaccessibili alle stesse forze di polizia e alle stesse truppe inglesi.

L’illusione che l’esercito di Elisabetta II sarebbe stato imparziale durò pochissimo. Nel 1970 e ‘71 la violenza dei militari non fu diversa da quelle delle Ruc e dei fondamentalisti protestanti. Gli inglesi resero subito chiaro che erano lì per spalleggiare una parte, quella più debole, contro l’altra. Gli arruolamenti nell’Ira, che fino a quel momento avevano battuto la fiacca, iniziarono a impennarsi. Forse la mattina di domenica 30 gennaio la situazione non era ancora del tutto compromessa. Almeno parte del comando inglese mirava a evitare incidenti gravi. La manifestazione fu autorizzata ma solo nel perimetro della “Free Derry”, i quartieri cattolici circondati dalle barricate, Creggan e Bogside, senza poter però raggiungere il centro: 26 blocchi circondati dai militari chiudevano tutti gli accessi al centro. Al comandante del battaglione dei parà , Wilford fu ordinato di adoperare proiettili di gomma, idranti e gas lacrimogeni uscendo dai varchi solo di fronte a tentativi di sfondamento ma senza inseguire i manifestanti per le strade: ordine che Wilford scelse di trasgredire.

Quando la manifestazione, circa 15mila persone, arrivò di fronte ai blocchi gli organizzatori decisero di arretrare dirottarla verso il cosiddetto “Free Derry Corner”. Alcuni ragazzi si staccarono per lanciare pietre e bottiglie come era ormai nella norma in ogni manifestazione. Alle 15.45 i primi spari: dopo un lancio di pietre, i parà aprirono il fuoco colpendo un ragazzo di 15 anni e un passante, John Johnston, 59 anni, che sarebbe morto per le ferite quattro settimane dopo. Il massacro si compì nell’arco di soli 10 minuti, un quarto d’ora più tardi. Contravvenendo alle disposizioni, i soldati passarono il varco inseguendo i manifestanti nelle strade di Bogside, alcuni di loro furono circondati in un parcheggio, Jackie Duddy, 17 anni, fu la prima vittima della giornata. Il prete che correva al suo fianco, padre Edward Daly, due anni dopo Vescovo di Derry, diventò il simbolo stesso della giornata quando, sventolando un fazzoletto intriso del sangue del ragazzo, cercò inutilmente di salvarlo. Nei decenni successivi Daly sarebbe stato sempre impegnato in una lotta su due fronti: a sostegno dei diritti dei cattolici ma anche contro la violenza dei militanti dell’Ira, che tuttavia rifiutò sempre di scomunicare.

Quasi nello stesso momento un gruppo di parà arrivò di fronte a una delle barricate cattoliche che chiudevano gli accessi a Free Derry. Sparò sia su quelli che cercavano di mettersi in salvo sia su quelli che dalla barricata tiravano sassi e bottiglie. Alla fine le vittime alla barricata di Rossville Street furono 6 più un ferito. Michael Kelly e Hugh Gilmour, entrambi di 17 anni, furono colpiti alle spalle mentre correvano verso il riparo. William Nash, 19 anni, fu raggiunto dai colpi al petto sulla barricata. Il padre, Alexander, fu ferito mentre cercava di prestargli soccorso insieme a un gruppo di giovani due dei quali, John Young e Michael McDaid, 17 e 19 anni, furono colpiti a morte. L’ultima vittima della sparatoria, Kevin McElhinney, fu ferita a morte mentre correva verso la barricata.

I manifestanti cercarono altre vie di salvezza. Un gruppetto fu circondato in un cortile vicino Glanfada Parl. Jim Wray, 22 anni, fu colpito e poi finito mentre era già a terra. A William McKinney, 26 anni, spararono alle spalle. Di lì i parà si spostarono e si trovarono di fronte altri fuggitivi. Gerry McKinney, 35 anni, alzò le mani gridando di non sparare: fu fucilato sul posto e la stessa pallottola, dopo avergli trapassato il petto, finì anche Gerry Donaghy, 17 anni. Il raid proseguì. I medesimi soldati, arrivando da Glanfada Park, colpirono Patrick Doherty, 31 anni, mentre provava a scappare. I colpi però non lo uccisero subito: Continuò a gemere e lamentarsi a terra finché Barney McGuigan, 41 anni, che era acquattato al sicuro, si fece coraggio e tentò di aiutarlo. Uscì allo scoperto sventolando un fazzoletto bianco ma fu subito abbattuto dallo stesso militare che aveva colpito Doherty.

Il giorno dopo, alla Camera dei Comuni, l’esercito, il ministro della Difesa e il segretario di Stato Maudlin sostennero che i soldati erano stati attaccati con armi da fuoco. La parlamentare socialista nordirlandese Bernadette Devlin, dopo che le era stato impedito di intervenire, prese a schiaffi Maudlin. Il 2 febbraio, lo stesso giorno dei funerali, una folla immensa attaccò e incendiò l’ambasciata inglese a Dublino. Il 22 febbraio l’Ira fece esplodere per rappresaglia un’autobomba nel quartier generale dei Parà ad Aldershot: tra le sette vittime sei erano lavoratori che prestavano servizio nella caserma. La domenica di sangue fu un passo senza ritorno: i Troubles proseguirono fino all’accordo di pace dell’aprile 1998. Le vittime furono oltre 3500, più della metà delle quali civili.