Sarebbe contento il nonno Luigi e sorriderà la madre Cristina: Carlo Calenda dice finalmente (ciak) “Azione”. L’europarlamentare romano eletto nel Pd ha lanciato il suo nuovo partito dal nome futurista, chiamando alle armi i liberali italiani, contro sovranisti e populisti. Ma pure in ostilità a Partito democratico, Italia Viva e Forza Italia, da lui definiti “riformisti rammolliti”, poiché al “seguito dei 5 stelle” o al “rimorchio di Salvini”. Il partito, che prevede una doppia tessera sul modello radicale per non litigare da subito con +Europa, si doterà a breve di uno statuto e celebrerà i congressi. «Non è un partito personale», dice Calenda senza convincere troppo nessuno. Tra i soci fondatori diversi imprenditori, d’altronde parole chiave di “Azione” sono “investimenti”, “sviluppo” e “industria”. Lo Stato invece «deve intervenire subito su sanità, scuola e sicurezza».

Il leader del neonato partito cita il liberalismo sociale di Sturzo, ma da sempre ammira Winston Churchill. Tante le critiche a Matteo Renzi, grande rivale in questo strano triangolo delle Bermuda chiamato “elettorato moderato italiano”: «Non puoi votare i provvedimenti con M5s e poi dire che si sbagliano». E non a caso tra i renziani gira una perfida battuta: «A furia di sentirsi con Mittal, più che il leader di Azione sembra un azionista». Appena Calenda e Matteo Richetti, suo virtuale vice, posano insieme davanti al roll-up blu del nuovo partito, entrambi in completo e cravatta blu, viene in mente una sorta di The Blues Brothers del riformismo italiano. Anche se per alcuni, al contrario di John Belushi e Dan Aykroyd, i due politici sono in missione più per conto dell’Io che di Dio. Certamente, quando afferma che non si tratta dell’ennesimo partitino e promette che “Azione” non si presenterà alle elezioni se non certa di raggiungere la doppia cifra, Calenda dimostra un coraggio degno del suo mito Churchill, anche lui un tempo a capo di un “fronte repubblicano”.