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Campo largo, Schlein o Conte? La legge elettorale e il tranello del governo
Parliamo innanzitutto, e brevemente, di qualche “tecnicismo”. C’è un motivo importante, come vedremo. Nella sua ultima dichiarazione, mentre alla Camera stanno approvando la nuova legge elettorale, il campo largo contesta vivacemente l’obbligo di dichiarare, nel momento in cui si depositano le liste facenti parte della coalizione, il nome del candidato premier associato appunto a quella coalizione. Una procedura che, secondo loro, sarebbe incostituzionale, e andrebbe quindi eliminata prima dell’approvazione della riforma.
Cosa c’è di incostituzionale nella clausola?
Ma in realtà, cosa c’è di incostituzionale in quella clausola? Semplicemente, in quel passaggio si dice che ogni gruppo di partiti che si coalizzano, o anche ogni singolo partito che corre in maniera solitaria, dichiari preliminarmente il nome di chi dovrebbe essere la propria scelta come Presidente del Consiglio in caso di vittoria. In nessuna parte della riforma si afferma che quel nominativo verrà scelto dal Presidente della Repubblica per conferirgli l’incarico di formare il futuro governo. Non c’è questa affermazione perché, ovviamente, questa obbligatorietà di scelta trasformerebbe implicitamente il nostro sistema di voto in un premierato. Il Capo dello Stato non ha quindi nessun obbligo di attenersi a quanto indicato dai partiti; sceglierà dunque autonomamente a chi affidare l’incarico.
La legge elettorale e il leader del campo largo
Questa specifica parte della nuova legge elettorale è nella realtà un tranello che il governo di centrodestra ha subdolamente eseguito nei confronti dei suoi avversari politici. Ben sapendo che il c.d. campo-largo ha dei problemi di legittimazione e di scelta della leadership per la propria coalizione, li ha subdolamente costretti a farsi battaglia per decidere cosa fare: primarie? scelta preventiva, senza primarie? accordo su un terzo possibile candidato? Qualsiasi scelta determinerà un deciso incremento della conflittualità tra i diversi leader e perfino nei rispettivi elettorati: molti pentastellati avranno qualche remora se la leader sarà Schlein, così come molti dem nel caso di scelta per Conte. Invece che puntare fin da subito su programmi condivisi (anche qui comunque con molti problemi in particolare di politica estera), la loro interazione, il loro “aspro” dialogo si concentra da mesi sul problema della scelta del leader di coalizione. Che è in realtà un falso problema. Vediamone il motivo. Se non c’è obbligo da parte del Capo dello Stato di affidare la formazione del governo a chi è “iscritto” come leader della coalizione, la cosa più semplice da fare è quella di indicare un nome qualsiasi, che sia Paperinik (si scherza…) o, più seriamente, un possibile nume tutelare dell’area progressista: come Prodi, o Bersani, o Rosy Bindi.
Un modo facile per evitare inutili litigi
Eventualmente interpellati, costoro non faranno altro che declinare elegantemente l’incarico, che passerà invece al leader del partito che, nella fresca consultazione elettorale, avrà ottenuto il maggior numero di consensi. Un modo molto facile per evitare inutili litigi e discussioni dunque c’è, evitando il tranello giocato consapevolmente dal governo Meloni. I partiti dell’attuale opposizione potrebbero accordarsi su un nome “di comodo” e poi occuparsi dei programmi, facendo campagna elettorale ognuno per il proprio partito, all’interno della medesima coalizione. Tutto qui. Perché non lo fanno? Mistero.
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