Il direttore Marco Travaglio è ormai l’ultimo giapponese disposto a sfidare il ridicolo sostenendo che la prescrizione sia la causa della durata irragionevole dei processi. A lui non interessa che tutti, ma proprio
tutti coloro che si occupano di processi penali – Csm, docenti di diritto e di procedura penale non uno escluso, oltre che gli odiati avvocati – affermano e certificano l’esatto contrario. Un magistrato non sospettabile certo di indulgenza verso le posizioni delle Camere Penali come Giuseppe Cascini ha recentemente detto che abolire la prescrizione
dopo il primo grado è come togliere lo sperone al cavallerizzo: il cavallo se la prende comoda, o addirittura si pianta lì. Niente da fare: dato che questa bufala sulla prescrizione che stimola le impugnazioni gliel’ha detta Davigo,
non gli farà cambiare idea nemmeno il Padreterno. Qui mi limiterò ad elencarvi le ragioni – facilmente comprensibili, d’altronde – per le quali l’interesse ad impugnare una sentenza di condanna sia del tutto indifferente alla prospettiva della prescrizione.

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1. Vengo condannato in un processo nel quale mi protesto innocente: impugnerò in Appello per essere assolto, che sia sospesa o meno la prescrizione del reato.
2. Vengo condannato in un processo nel quale riconosco di aver commesso il fatto, ma ritengo che sia errata la sua
qualificazione giuridica (sono condannato per estorsione, ma ritengo di avere commesso tutt’al più un esercizio arbitrario delle mie ragioni). Ho interesse ad impugnare per vedere corretta la qualificazione giuridica del fatto, ed essere conseguentemente condannato ad una pena assai meno grave, che sia sospesa o meno la prescrizione del reato.
3. Vengo condannato per un reato che ho pienamente confessato, ma ad una pena che reputo esagerata: proporrò
l’appello per ottenere una pena più equa, che sia sospesa o meno la prescrizione del reato.
4. Vengo condannato per un reato che ho pienamente confessato e alla pena edittale minima, ma non mi sono state concesse le attenuanti generiche: proporrò appello per ottenerne la concessione, che sia sospesa o meno la prescrizione del reato.
5. Sono reo confesso, la pena edittale è minima, mi sono state concesse le attenuanti generiche ma non fi no alla misura massima di un terzo della pena: ho interesse ad impugnare la sentenza per risparmiare anche solo una settimana o un giorno di carcere, che sia sospesa o meno la prescrizione del reato.
6. Sono reo confesso, ho ottenuto il minimo della pena e le generiche in misura massima. Qui non ho aspettative
modificative della decisione, ma ho interesse a che la pena vada in esecuzione il più tardi possibile, cercherò di sistemare al meglio la mia vita e quella della mia famiglia prima di pagare il mio debito con la giustizia, nella speranza che possa magari intervenire con il tempo qualche provvedimento clemenziale e qui sì, finalmente, anche -dico: anche nella speranza che possa maturare la prescrizione (ovviamente, se parliamo di reatucci di modestissimo rilievo, perché ormai i termini di prescrizioni dei reati di maggiore allarme sociale oscillano tra i 15 ed i 45 anni e più).

Questa è la semplice realtà, la pura e banale verità, che per il direttore Travaglio è tuttavia notoriamente un optional. Ci si dica in quale delle ipotesi sopra elencate l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado mi convincerà a non proporre appello. D’altronde, non a caso il 75% delle prescrizioni maturano prima della pronuncia della sentenza di primo grado. Ma Travaglio, si sa, piuttosto che studiarli, i numeri preferisce darli. Ultima
avvertenza anti-bufale: quando proponi un ricorso per Cassazione manifestamente inammissibile, dunque solo per guadagnare tempo, la prescrizione del reato retroagisce al momento della proposizione dell’appello; dunque, non
è possibile ottenere alcun risultato prescrittivo proponendo ricorsi per Cassazione senza capo né coda. Qualcuno lo
spieghi a Travaglio, ed ai suoi (consapevoli) suggeritori.