La madre è il motore dell’umanità: una delle sue maggiori spinte propulsive. Se alteri quell’ingranaggio, e puoi farlo in tanti modi, rischi di gettare fango sul futuro: sembra essere questo lo spunto nascosto presente in Case vuote, primo romanzo di Brenda Navarro (Perrone editore, traduzione di Carlotta Aulisio, pp. 173, 15 euro), una giovane scrittrice messicana nelle cui pagine, scabrose e incandescenti, abbiamo avuto l’impressione di risentire l’urlo rauco di Amores perros, il film che, vent’anni fa, annunciò il memorabile esordio di Alejandro González Iñárritu. Lo stesso ritmo sincopato, la stessa musica di sottofondo: cosa ne farò del mio corpo se questo assomiglia a un cortile spoglio e disadorno? Ricchi e poveri s’intrecciano nel film e nel libro senza mai incontrarsi davvero, simili a raganelle che girano cieche nello stagno.

In un parco cittadino scompare il piccolo Daniel sotto gli occhi della mamma: «Cos’è successo? Non ho visto granché. E nonostante lo cercassi tra la gente, continuando a gridare il suo nome come un’ossessa, non mi ricordo di altri rumori. Passavano delle macchine? C’era altra gente? Ma chi? So solo che mio figlio di tre anni all’improvviso non c’era più». A rapirlo, veniamo a sapere, è stata una donna con l’ombrello rosso, pronta a metterlo nel taxi scappando via con lui: «Certo che l’ho abbracciato quando si è messo a piangere, però piangeva davvero un sacco: qualche settimana dopo ci hanno detto che è autistico e che forse è per questo che non gli piace quasi niente». Il testo è un contrappunto fra due voci, fragili e precarie, tuttavia forse proprio per questo cariche di una residua passione vitale: quella della madre biologica, la cui estrazione sociale affonda le sue radici nella buona borghesia latino-americana, e l’altra, che ha voluto esserlo ad ogni costo, proveniente da una zona periferica e degradata. La prima, che insieme al marito ha adottato Nagore, reduce da trascorse violenze, non si dà pace per aver smarrito suo figlio; la seconda, tormentata dalla propria sterilità, si dimostra inadatta a gestire il bambino da lei chiamato Leonel. I compagni di entrambe sono poco credibili comparse non in grado di sostenerle.

Brenda Navarra ci trascina nel gorgo, specialmente familiare, scoprendo a poco a poco i grovigli spinosi delle due donne disperate che sembrano non riuscire a raccogliere i cocci sparsi in terra da chi le ha precedute: in particolare la madre dell’improbabile sequestratrice, vittima dello stupro da parte del fratello e dunque all’origine della pulsione, oscura e luminosa allo stesso tempo, che ha determinato il ratto del bambino. Sarà lei, con ogni probabilità, a decidere le sorti del frugoletto piangente e pasticcione, drammaticamente inconsapevole, che, nella sua stessa presenza fisica, rappresenta il vero punto di domanda privo di risposta, in quanto assorbe su di sé ogni tensione irrisolta. Come se implorasse: prendetevi cura di me e fatelo bene.

Ne va della mia esistenza, ovvio, ma anche della vostra perché se non svolgerete il compito che io rappresento, dovrete sopportare un bel peso. Lionel è il vero protagonista: una pianta rampicante in grado di sopravvivere e prosperare dovunque, perfino negli anfratti insospettabili, fra le pietre e i calcinacci. Così questo romanzo cupo e tenebroso scopre il suo risvolto pedagogico riproponendoci la vecchia lezione dei nostri padri: se non rispondi a tuo figlio, dovrai vedertela con te stesso. E non saranno rose e fiori.

La metropoli lurida e affollata, non descritta e quasi sempre soltanto allusa, emerge potente nell’impasto urbano di quartieri benestanti e sordide baraccopoli dove ruotano le vicende caotiche e febbrili di esseri umani privi di bussola d’orientamento: una Città del Messico da cui sprigiona tanta forza lirica e narrativa. Stelle di cartapesta stracciate in terra fra le stazioni di Indios Verdes e Buenavista. È questo il fondale bucato dove la ladra di bambini alla fine, diretta al commissariato, si aggira come una mentecatta di maternità, senza nome, smarrita e fremente, alla ricerca della vita che avrebbe voluto per superare la paura del vuoto.