Puntuale come tutti gli anni con l’arrivo delle piogge di novembre si apre la stagione dei disastri da dissesto idrogeologico. Con l’ingresso in un’era di cambiamento climatico, che è oramai a livello scientifico un dato assodato e non più un tema di discussione, la situazione non può che peggiorare. Sia per intensità, sia per imprevedibilità e sia per diffusione territoriale e temporale in aree del Paese dove magari il fenomeno appariva del tutto eccezionale e in stagioni che non si caratterizzavano per questo tipo di problematicità. Senza parlare del futuro già l’oggi appare decisamente critico per il paese. Secondo il Rapporto Ispra per il 2018 il tema del rischio idrogeologico appare nella sua evidente drammaticità. Se si considerano le classi di pericolosità elevata per le frane e media per le alluvioni, con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni, i comuni interessati da aree a pericolosità sono 7.275 pari al 91,1% dei comuni italiani. La superficie delle aree classificate come pericolose in Italia ammonta complessivamente a 50.117 km2, pari al 16,6% del territorio nazionale. In termini di popolazione la pericolosità riguarda circa 1 milione e 300mila abitanti per le frane e circa 6 milioni e 200 mila abitanti per le alluvioni. Una situazione da mettere i brividi. Ma sembrerebbero brividi passeggeri se è vero che, passata la stagione delle piogge e quindi dei disastri, i governi dimenticano il rischio incombente e anche l’opinione pubblica, salvo i malcapitati toccati dai fenomeni più recenti, smettono di far pressione sulla politica. Il dibattito ritorna sui temi più in voga, magari sugli scontri verbali fra leader di diversa fede e ideologia, e il tema del rischio paese torna in sordina. Come ha fatto per tanto tempo.

Ed è per questo che a fronte di danni per frane e alluvioni che, negli ultimi trent’anni senza andare troppo indietro, hanno raggiunto la rilevante cifra di oltre 3 miliardi e mezzo all’anno per perdite di patrimonio privato e pubblico, per lo più ricoperte dalla finanza pubblica, lo Stato si è impegnato nella prevenzione con appena 300 milioni all’anno. Un rapporto fra danni e prevenzione intorno a 11 volte. Lo Stato insomma, di fronte al “grande rischio idrogeologico” ha preferito rifondere i danni, contare le vittime, portare solidarietà alle comunità ma non ha fatto la cosa più sensata che era, come hanno fatto gli altri Paesi europei, un serio piano di prevenzione. Questo è l’andazzo del Paese che è stato interrotto nel 2014, prima col governo Renzi e di seguito col governo Gentiloni, con l’istituzione di #Italiasicura, la struttura di Missione presso la presidenza del Consiglio interamente dedicata alla prevenzione del rischio idrogeologico. Cioè una struttura al centro dell’organizzazione dello Stato, e quindi politicamente e amministrativamente legittimata a coordinare e indirizzare i diversi soggetti statali, regionali e locali che, qualche titolo e spesso in maniera frammentaria e completamente isolata, avevano una qualche competenza in termini di lotta al dissesto idrogeologico. Si parla di Comuni, Province, Regioni, Provveditorati delle opere pubbliche, Geni civili, Consorzi di Bonifica, Ministeri dell’Ambiente, delle Infrastrutture e anche dell’Interno, Dipartimento e Agenzia della Coesione, Invitalia e Sogesid, solo per citare i più importanti. Della struttura di Missione, azzerata nel 2018 dal governo gialloverde con un ritorno all’indietro che ha riportato all’ordinarietà, e potremmo dire al “solito tran tran”, quella che era stata impostata come politica di straordinarietà in un paese fragile e per troppo tempo lasciato all’incuria e all’eccessivo consumo di suolo, rimane l’idea di Piano. Il Piano è l’idea della prevenzione come cosa seria, continua e programmata per anni e anni e non come risposta impulsiva e, spesso inefficace, agli eventi disastrosi. Occorre sempre diffidare dei piani e pianetti, decreti e interventi lanciati sulla stampa a pochi giorni da un evento calamitoso. Quasi a ricordare una presenza dello Stato che si ricorda di esistere solo in seguito alla rabbia delle comunità colpite. E all’indignazione per solidarietà dell’opinione pubblica.

Il Piano di #Italiasicura era, è ancora, uno strumento di lunga lena. Occorrono 31 miliardi per mettere in sicurezza il Paese. Certo non la sicurezza a rischio zero, che non esiste, ma la sicurezza di chi sa di aver fatto il fattibile per evitare i rischi maggiormente ricorrenti. E per fare in modo che il Piano venga realizzato in una ventina di anni occorre passare da una spesa di 300 milioni all’anno a una di 1 miliardo e mezzo l’anno. Una vera sfida che parte da una forte capacità progettuale, rinsecchita ahinoi negli anni di incuria, da un forte impegno finanziario e da una attenzione spasmodica a far diventare cantieri le risorse appostate. Questi tre obiettivi, la crescita progettuale, l’impegno finanziario e la spinta all’apertura dei cantieri, sono i pilastri di una seria politica contro il dissesto idrogeologico. E, prima dello scioglimento, #Italiasicura ha cercato di spingere in questa direzione. È stato realizzato un Fondo per la progettazione di 100 milioni, che si è incagliato per troppo tempo nelle maglie burocratiche del ministero dell’Ambiente, ed è stato prodotto un Piano finanziario di circa 7 miliardi in 7 anni che, sommati alle risorse già prima esistenti ma non spese, ha portato la disponibilità a circa 9 miliardi e mezzo. Insomma risorse adeguate per arrivare, con la spinta all’apertura più tempestiva dei cantieri, a quel miliardo e oltre di spesa annuale che è la base per una seria opera di prevenzione in Italia.

Ma a fronte delle criticità sempre presenti nel Paese #Italiasicura aveva lanciato col supporto della Bei un ulteriore intervento direttamente indirizzato alle aree del Centro Nord che erano state meno interessate dalle risorse provenienti dai Fondi di coesione che vanno per la maggioranza nelle aree del Sud. Il Piano finanziato dalla Bei prevedeva 1 miliardo e 200 milioni con un prestito ventennale, facilmente sopportabile dalla finanza pubblica, e un tasso di interesse al di sotto dell’1%. Quindi con un costo inferiore a quello per l’approvvigionamento dei titoli di Stato. Con lo scioglimento di #Italiasicura anche il piano Bei è stato azzerato. Anche se mancava soltanto una firma. Il motivo esplicito del ministro dell’Ambiente è stato che “i soldi non mancano”. Una risposta giusta se si vuole restare nel solco dei 300 milioni o poco più all’anno invece completamente sbagliata se si vuole arrivare al miliardo e oltre l’anno che è l’unica garanzia di un Piano effettivamente realizzabile nei prossimi vent’anni. C’è chi ha tempo da aspettare. Le popolazioni martoriate ogni anno da alluvioni e frane hanno forse una diversa fretta.