A sedici anni, quando Charles Simić, nato in Serbia nel 1938, emigrò a Chicago, era come uno dei miei studenti che oggi arrivano in Italia da tutto il mondo: carico di vita e passione, ma invalido interiore perché non aveva ancora gli strumenti per esprimere i traumi vissuti. Reduce dalla tragedia della Seconda guerra mondiale, si sentiva precocemente amareggiato e disilluso, eppure pareva pronto a ricominciare da capo. Con la forza della giovinezza riuscì a ricostruire se stesso oltreoceano nel nuovo mondo che lo aveva accolto.

Dopo aver imparato la lingua inglese, studiò, si applicò, divenne un poeta famoso. Ma in fondo all’anima restò sempre il ragazzo che giocava fra le carcasse bruciate dei carri armati alla periferia delle città bombardate. Trasferì lo spirito slavo negli slums newyorchesi. I suoi versi sono lame scintillanti: colpiscono con immediatezza, vanno subito al sodo; hanno un che di fastoso e sgangherato, in perfetta evocazione lirica balcanica. Specie questi ultimi, pubblicati in un agile libretto da Tlon nella traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan, che firma anche l’introduzione, Avvicinati e ascolta (pp. 184, 16 euro), possono rappresentare un bel modo per cominciare a conoscerlo. Distribuiti in quattro parti, lasciano intravedere un paesaggio urbano sfigurato e cadente di finestre bucate e scale d’emergenza percepito dagli occhi di un vecchio bucaniere, nato “in una nazione / che non è più sulle carte geografiche”, abituato a scorgere negli uomini i peggiori mali, fra stupidità e violenza, tuttavia, sebbene nei suoi sogni ricorrano spesso ricordi non proprio edificanti, propenso alla conciliazione, mai rancoroso, guidato piuttosto da un sentimento di rassegnata fatalità che lo porta a riflettere sconsolato nei pressi della “canalina di scolo”, “all’incrocio di Christopher e Bleecker”, là dove i passeri becchettano in mezzo ai resti della spazzatura insieme ai gatti randagi.

È lì che Charles Simić, maestro del tempo morto, prestigiatore sull’orlo dell’abisso, confidente dei falliti, interprete degli ubriachi, dà il meglio di sé. Senza i belletti, dopo aver rinunciato ai fregi dorati, anche stilistici. Disdegnando l’eloquenza degli spiriti eletti, preferisce affidarsi al bianco e nero dell’esistenza quotidiana. Nei suoi frammenti visivi il destino è sempre cieco, ti viene incontro alla maniera di una “bag lady”, una di quelle vagabonde che vivono negli interstizi cittadini, dormendo sulla carta straccia accanto alla mercanzia accatastata alla bell’e meglio sul carrello del supermercato. Chi, fra gli esseri umani, a conti fatti, potrebbe dire di non assomigliare a una coppia di dadi lanciati nel vento? Devi accettarlo, affermerebbe il nostro poeta, cercando il tuo paradiso, non nei palazzi signorili delle downtown, bensì fra le erbacce sporche cresciute in cortile dietro al cancello legato con la catena. Là dove fanno baldoria i fantasmi di tutte le occasioni perdute. Nella retrovia polverosa, regno malfamato di chi non può versare il premio mensile previsto dall’assicurazione sanitaria. È vero che Tito ha perso. Ma fino a che punto gli altri possono dire a se stessi di aver vinto?

A cosa serve mettersi a leggere le corpose analisi sociologiche elaborate dai più sofisticati studiosi della crisi delle società industrializzate? Lasciamo agli specialisti i volumi fatti di grafici e schemi. Quasi sempre bastano pochi versi, ben calibrati, per imparare molto di più. Nelle notti d’estate i ragazzi tatuati “tirano a canestro / sul campo buio”. Ad esempio in questa citazione è nascosta, come il gheriglio dentro la noce, una sintesi della grande illusione modernista. Spariscono le vecchie botteghe, buttate giù dalle ruspe come l’intero “isolato fatiscente” per far posto ai nuovi grattacieli. Ma in fondo, ribadisce convinto Simić, basterebbe alzar gli occhi per apprendere lo stretto necessario: “La risata silenziosa / delle stelle / nel cielo di notte / ci dice tutto / ciò che ci serve sapere.” Assai meglio, diamolo per scontato, del “predicatore in tv”.

Tutto qui l’American Dream? Il poeta schiaccia il naso “alla vetrina di un negozio dismesso / come un pesce all’oblò di una nave / che arrugginisce in fondo al mare”, oppure entra di soppiatto in un cinema: “si siede tra le rovine, / come un soldato pluridecorato / in un mausoleo per i morti di guerra”. In simili scorci l’antico ragazzo di Belgrado, cresciuto in mezzo agli scempi bellici dell’Europa sfigurata, profugo spirituale prima ancora che politico, accende una luce rossa d’allarme intermittente sull’ingenua e azzardata pretesa di guadagnarsi la salvezza a basso prezzo. Nella sua amara ironia priva di tracotanza, in quanto temprata dalla storia, è come se ci dicesse: tutto ciò che hai fatto di buono o di cattivo nella vita, azioni positive e pensieri molesti, ti resterà impresso per sempre, non potrai mai sbarazzartene in modo definitivo. Non è altro che questa l’essenza dell’umanità. Vale per gli individui, ma anche per le nazioni.
Cos’è il Tempo? “L’assassino / che nessuno ha mai catturato.”

E la Morte? “Dicono che ha nascosto la faccia nel cappuccio / per poter sorridere anche lei.” E lui, un signore ormai ben oltre l’ottantina, al quale, già più di vent’anni fa, qualche critico di larghe vedute assegnò il Premio Pulitzer per la Poesia, facendolo entrare di diritto nella cerchia esclusiva dei grandi scrittori della letteratura contemporanea, è pronto a incontrare il Creatore? Forse sì, ma “come una lattina di birra vuota e scalciata / di strada buia in altra strada buia / da un ragazzo fuori come un balcone / che poi inciampa e cade.” Ecco tutto il suo consuntivo: perfino la nostra amata Libertà, simpatica reginetta dei sistemi democratici occidentali, sarà sempre imperfetta e vincolata. Se credi di essere diventato ciò che sei solo perché l’hai scelto, uno come Charles Simić ti mette la pulce nell’orecchio. Dovunque andremo, i nostri errori ci verranno sempre dietro. E non ci lasceranno mai in pace.