«Ho un modello di magistrato: mio padre e vedere tante storture nella magistratura di oggi, mi addolora». A parlare è Ilaria Criscuolo, avvocato penalista e figlia del giudice Alessandro Criscuolo.

Avvocato, da oggi il Palazzo di Giustizia di Napoli porterà il nome di suo padre, che effetto le fa?
«Sono ovviamente felice. È una cosa inimmaginabile per me, so che mio padre è stato amato da tutti e la cosa che più mi ha colpito da sempre. Non è scontato vedere che avvocati, giudici, personale amministrativo gli volessero così bene».

Cosa avrebbe pensato il giudice Criscuolo di questa iniziativa?
«Papà era molto riservato e non amava le luci della ribalta. Non amava apparire, amava studiare e leggere le carte. Ma posso dire che sarebbe stato senz’altro felice di questo riconoscimento unanime del magistrato e della persona che è stato».

Che opinione ha, invece, della figura del giudice oggi?
«Il mio modello di magistrato è quello con il quale sono cresciuta da bambina: mio padre. Ciò che, invece, sto vedendo nell’ultimo periodo mi addolora molto come cittadina e come avvocato penalista. Non mi piace generalizzare e fare un discorso di categoria, perché ci sono anche tanti avvocati che non indossano con onore la toga, ma tra i magistrati vedo molte storture. Per me il magistrato è una persona giusta, equilibrata, disponibile, pronta ad ascoltare e a cambiare idea se ce ne sono i presupposti, non si trincera dietro al ruolo credendo di essere migliore dell’avvocato. Ci sono moltissimi magistrati che rispetto e con i quali lavoro egregiamente, altri pensano che gli avvocati incarnino il male e loro il bene. Erroneamente molti giudici ritengono di essere i paladini della giustizia, e che l’imputato o l’avvocato rappresentino il male e solo loro magistrati il bene».

Quali sono le storture alle quali si riferisce?
«Le storture di cui parlavo si riflettono, per esempio, nell’abuso della custodia cautelare, nella separazione delle carriere che non viene attuata. Si riflettono sulla vita delle persone. Io ho difeso persone che poi sono state assolte ma le cui vite sono andate in mille pezzi nel corso della loro esperienza giudiziaria. L’errore è umano e ci può stare, ma delle volte c’è chi cavalca l’errore invece di riconoscere di aver sbagliato. E questo non è sicuramente un buon modo di fare il magistrato».

Come giudica l’esposizione mediatica di molte indagini?
«Questo è un problema enorme e incide moltissimo sulle vite di chi siede difronte al magistrato. Oggi l’indagato è già colpevole e finisce su tutti giornali per il semplice fatto di essere indagato. Ed è una cosa folle, considerando che è l’inizio di un percorso giudiziario, nessuno dovrebbe sapere che una persona è indagata».

A questo proposito, lei è un avvocato penalista, come mai non ha seguito le orme di suo padre?
«Non ho fatto il magistrato, e probabilmente ci sarei anche potuta riuscire, perché ritenevo di non essere in grado. Credo che il magistrato debba essere distaccato, equilibrato, giusto. Io non ritenevo di essere capace, non è da tutti assumersi la responsabilità di decidere della vita degli altri».

Nata a Napoli il 28 settembre 1992, affascinata dal potere delle parole ha deciso, non senza incidenti di percorso, che sarebbero diventate il suo lavoro. Giornalista pubblicista segue con interesse i cambiamenti della città e i suoi protagonisti.