Fa un certo effetto scoprire che il vero ispiratore di Putin, e delle sue velleità “imperiali”, sia Aleksandr Isaevic Solzenicyn, da lui ripetutamente onorato come grande patriota e nemico dell’Occidente. Ora, se qualsiasi strumentalizzazione politica diretta appare goffa e insostenibile, chiediamoci però se l’autore di Una giornata di Ivan Denisovic va considerato legittimamente un pensatore illiberale e reazionario. Risaliamo agli anni 70, quando Solzenicyn, inviso ai più e da noi considerato quasi un corpo alieno, venne calorosamente difeso da due intellettuali “eretici”, appartenenti a due campi politici diversi (anche se entrambi questi intellettuali erano insofferenti verso appartenenze rigide).

Franco Fortini, uno dei maestri della generazione del ‘68 , scrisse un articolo memorabile di elogio di Solzenicyn, sul Manifesto del 21 marzo 1974. Partiva proprio dal disprezzo verso lo scrittore russo dissidente manifestato perfino dalla sinistra che si volle definire “rivoluzionaria”, dunque antidogmatica e anticonformista. Andando controcorrente Fortini intese riportare quel disprezzo all’amore per la durezza, al “bisogno di eccesso e spietatezza”, al “rifiuto dei buoni sentimenti umanistici”, al desiderio dei militanti di allora di essere da parte della forza, della “realtà” contro l’utopia. Come se essere più radicali significasse essere più duri.

Rodolfo Quadrelli, benché refrattario all’etichetta di scrittore di destra, era pubblicato allora da Rusconi e collaborava al quotidiano Il Tempo. Emarginato dal mainstream culturale, è stato un finissimo critico della società, delle mode e dei linguaggi dominanti. Secondo lui l’opera di Solzenicyn non è solo una cronaca d’orrori, ma testimonianza fondamentale sottesa dall’idea che il male esercitato contro l’uomo “deriva dalla dissacrazione radicale”. Lo scrittore russo, che pure auspicava una rinascita religiosa, e che si può considerare un mistico, non si pone tanto come nemico della modernità tout court quanto come un critico dell’illuminismo, del mito della Ragione corrosiva e perciò liberatoria. Nei suoi libri sempre antepone all’assoluto della politica il valore di una limpida moralità: «non propone la liberazione dai tabù, non dissacra, non irride, non schernisce, ma pretende restituire all’uomo dignità e sacralità, ritrovando il dono della gratitudine» e soprattutto ricorda alla politica il tragico, “nemico mortale delle ideologie”, e cioè l’ineliminabilità del male.

Ma a proposito di Solzenicyn diamo ora la parola a Gustaw Herling, uno dei più grandi scrittori e saggisti polacchi del secolo scorso, scomparso nel 2000, autore di uno straordinario diario del gulag dove fu internato nel lontano 1940 – Un mondo a parte (1951) – assai prima di Arcipelago Gulag. In seguito andò a vivere a Napoli, dove diventò un “polacco napoletano” e sposò la coltissima Lidia Croce, che ne sostenne e in qualche caso tradusse l’opera. Anche lui inizialmente ostracizzato dai comunisti, per l’equazione tra nazismo e comunismo, venne però riabilitato nell’età matura. Dirà in proposito che questa tardiva attenzione tributatagli dopo alcuni decenni di indifferenza non vale però come risarcimento. Ora una casa editrice nata a Scampia 12 anni fa, dentro una libreria chiamata La scugnizzeria – e che stampa orgogliosamente volumi “a kilometro zero, su carta riciclata, con inchiostri a base vegetale e colle senza plastificanti” – pubblica i dialoghi di Herling con la giornalista Titti Marrone, apparsi sul Mattino nel 1992 e 1993: Controluce. Letteratura e totalitarismi (Marotta & Cafiero). Si tratta del duecentesimo titolo del loro catalogo! Un capitolo è dedicato proprio allo scrittore russo: “Profeta del nuovo, maestro dell’antico”, dove si prendono le mosse dall’involontario accordo tra Solzenicyn e Wojtyla, ovunque accomunati come un “duo che dice no al capitalismo egoista”.

Da una parte Herling vuole sottolineare la fede democratica di Solzenicyn: tornato in Russia nel 1994 e ricevuto da Eltsin con tutti gli onori, dopo un esilio americano di vent’anni, si troverà a disporre di una rubrica televisiva settimanale dove lancia proclami contro l’Occidente materialistico ma pure denuncia la corruzione dell’oligarchia del proprio paese, la pesante eredità del comunismo sovietico (mancanza di responsabilità, svogliatezza), invita il governo a rispettare la indipendenza della Cecenia e auspica uno stato laicamente indipendente dalla chiesa ortodossa. Dall’altra Herling osserva come sia Solzenicyn che Wojtyla “pur avendo ragioni da vendere stanno entrambi esagerando” nell’attacco al consumismo e al libero mercato. Per una semplice ragione: «la loro visione incessantemente apocalittica dell’Occidente potrebbe creare all’Est un’impressione falsa e pericolosa», avallando in quei paesi una certa “megalomania nazionale”, che consiste nella ‘illusione di poter superare “spiritualmente” il pur agognato Occidente.

Concludiamo su un possibile, benché inattuale, “umanesimo”. Sentimento tragico, scetticismo verso la Storia e insieme convinzione che si possa “restare uomini”: questa attitudine accomuna Solzenicyn a Vasilij Grossman. Così aveva scritto Solzenicyn a proposito della linea che separa il bene e il male entro il cuore di ognuno: «Ci fermiamo stupefatti davanti alla fossa nella quale eravamo lì lì per spingere i nostri avversari: è puro caso se i boia non siamo noi ma loro. Dal bene al male è un passo solo, dice un proverbio russo. Dunque anche dal male al bene». Forse il punto decisivo è questo: non tanto considerare il male eliminabile dalla storia umana quanto non identificare mai la realtà intera con il male, con i rapporti di forza e la razionalità calcolante, non scambiare la parte con il tutto. Come ha scritto Herling: «l’unico motivo per salvare la dignità umana in condizioni disumane è credere, anche nell’abisso del male, nell’esistenza del bene».