Per anni il centrodestra milanese ha cercato il proprio candidato ovunque tranne che dentro di sé: tra i tecnici prestati alla politica, i manager di buona volontà, i civici di valore sociale riconosciuto. La discesa in campo di Pietro Tatarella rovescia quella consuetudine, e fa bene a una città che ha bisogno di tornare a figure forti, come fu nel 2016 Stefano Parisi, che in un contesto già difficile per la destra, perse per un’incollatura.

Chi è Pietro Tatarella, l’infanzia nelle periferie, l’inchiesta Mensa dei poveri e il linguaggio della destra urbana

Tatarella non è un notabile paracadutato. È un milanese di Baggio, cresciuto nelle periferie di cui oggi si parla soltanto per il degrado, e la sua biografia gli consegna un’autorevolezza che ad altri manca. Travolto nel 2019 dall’inchiesta «Mensa dei poveri», ha attraversato sette anni di gogna prima dell’assoluzione con formula piena in primo grado e in appello. Proprio per questo, quando chiede che la politica non si faccia «dettare l’agenda dalla Procura», parla con la cognizione di chi quel cortocircuito fra giustizia e amministrazione lo ha vissuto sulla propria pelle, non per slogan. Resta poi la questione generazionale. Quando Tatarella dice che “Chi dà le carte, sono gli stessi da quindici anni”, non solleva una critica di merito, ma mette al centro una giusta questione generazionale. Archivia la nostalgia. Nella comunicazione, prova a parlare il linguaggio di una destra urbana, aperta ed inclusiva: «Non lasceremo indietro nessuno» non è certo ancora un programma, ma è una postura: l’opposto del rigore identitario. La postura di una destra autenticamente Ambrosiana. Apprezzare Pietro Tatarella e sostenerne la corsa non significa firmare un assegno in bianco. Significa riconoscere che, fra tutti, pone la domanda giusta: che la politica si riprenda la responsabilità delegata troppo a lungo. Il centrodestra, se vuole davvero riprendersi Milano, parta da qui.