Quando aveva dodici anni Gandhi, che apparteneva a una famiglia benestante indiana, avrebbe voluto giocare con il figlio di un servitore di casa, ma la madre del futuro Mahatma glielo vietò: il sistema delle caste rendeva impossibile tale promiscuità. E così il sorriso di gioia fece presto a spegnersi sulle labbra del bambino che tuttavia si ricordò per sempre della mortificazione patita, al punto di immortalarla nelle prime pagine della sua autobiografia: Antiche come le montagne.

Tanta acqua è passata sotto i ponti, il mondo è cambiato, ma certe diffidenze tendono a riemergere, anche sotto mentite spoglie, magari mascherate dalle cosiddette buone intenzioni, persino nei meandri protocollari delle nostre raffinate democrazie occidentali: non è la prima volta e purtroppo non sarà l’ultima che un istituto scolastico, nel presentare l’offerta formativa in vista delle prossime iscrizioni, non esita a divulgare pubblicamente l’origine sociale dei propri studenti, indicando la separazione tra quelli di estrazione alto borghese e quelli che invece sono «figli di lavoratori dipendenti occupati presso queste famiglie (colf, badanti, autisti e simili)».

I primi, leggiamo nel sito, frequentano una sede, i secondi un’altra. È quanto incredibilmente accade a Roma presso l’Istituto Comprensivo di Via Trionfale. Già un paio di anni fa un rinomato liceo della capitale, il Visconti, finì sotto i riflettori mediatici perché nel rapporto di autovalutazione si considerava particolarmente vantaggiosa l’assenza fra i banchi di disabili o immigrati. A nulla è servita l’indignazione nazionale che ne seguì con tanto di grancassa televisiva. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Eccoci di nuovo a commentare una situazione paradossale considerando la legislazione innovativa dell’istruzione italiana, che avrà pure tanti difetti ma resta una delle più inclusive del Vecchio Continente. E allora come spiegare questa ennesima buccia di banana che la stessa neo-ministra Lucia Azzolina, insieme alle rappresentanze dei dirigenti scolastici, si è giustamente affrettata a stigmatizzare?

Le ragioni sono più profonde di ciò che sembra. Non pochi genitori credono ancora che le classi migliori siano quelle composte da alunni selezionati secondo criteri socio-economici: è lì che, a parer loro, si studia meglio e viene valorizzato il famigerato merito. «Mio figlio non può restare indietro col programma in attesa che tutti gli altri lo seguano»: questo è in sostanza il retropensiero che spinge tanti padri e tante madri a voler scegliere per i propri pargoletti il plesso scolastico meno disagiato.

Difficile convincerli del contrario: le classi di gran lunga più valide dal punto di vista didattico, lo dico per esperienza diretta, sono le altre, quelle eterogenee, composte da adolescenti diversi: bravi e mediocri, capaci e negligenti, maschi e femmine, ricchi e poveri, bianchi e neri, forti e deboli, italofoni e non. La scuola non è altro che l’intensificazione della vita: sempre meglio mescolare le carte piuttosto che suddividerle per gruppi e sezioni. Solo nella relazione un ragazzo può crescere, non certo inoculandogli una sapienza fine a se stessa. Tutto ciò che siamo, se non lo condividiamo, è destinato a inaridirsi. In teoria la grande maggioranza si dichiara d’accordo, poi però, all’atto pratico, non si comporta in modo conseguente.

Gli spettri tornano a riaffacciarsi nella compilazione dei Piani Triennali di Offerta Formativa. Chi li compone crede di attirare l’utenza verso il proprio istituto scolastico mostrando la ruota del pavone. Guarda quanto siamo belli: abbiamo ragazzi di ogni classe sociale e li teniamo staccati gli uni dagli altri. Prima di scrivere questo articolo ero nella scuola Penny Wirton, a Casal Bertone, un quartiere capitolino, dove gli immigrati imparano l’italiano. Abbiamo messo insieme nello stesso banco un sedicenne del Liceo Pilo Albertelli con un coetaneo albanese della stessa età. Il primo, studente di terza superiore, spiegava i verbi al secondo, appena arrivato nel Centro di Accoglienza di Torre Spaccata. Sono stati due ore a capo chino sul quaderno. È questa la scuola che voglio. Me l’ha insegnata Gandhi.