Facebook è stata hackerato ed i dati di 300 milioni di utenti sono stati esposti in rete. Un caso mondiale che risale al 2019, ma che oggi è stato diffuso a tutti per via della pubblicazione online in forma gratuita del documento che contiene 33 milioni di utenti italiani.

Che Facebook fosse stata hackerato lo si sapeva già, ma a detta del ricercatore Robin Root pare che il database sia stato pulito dai nomi scomodi e rivenduto nel tempo addirittura due volte” spiega al Riformista il data journalist Livio Varriale che consiglia di “andare sul sito internet haveibeenfacebooked.com ed inserire il proprio numero di telefono per scoprire se si è stati esposti. Nel mio caso sì, i miei dati risultano e su una popolazione di 60 milioni di abitanti, considerando che ci sono i minori ed i tanti anziani analfabeti digitali, direi che siamo quasi vicini alla totalità degli iscritti. Compresi quelli con più profili falsi”.

Il ricercatore informatico Odisseus, contattato dal Riformista, suggerisce di “stare attenti, perché si può essere oggetto di truffe di vario genere. Per esempio subire di un attacco che si chiama “smshing” ovvero “sms phishing”, in cui qualcuno manda un link via sms, e chi lo apre rischia di vedersi il telefono hackerato, oppure, essere semplicemente vittima di varie truffe telefoniche, visto che ora hanno il numero telefonico di 35 milioni di italiani”. Ma c’è dell’altro su cui fare attenzione come ad esempio “vittima di quello che si chiama SIM Swap, che consiste nell’andare dal gestore, dire che hanno rubato il telefono e comprare una nuova SIM dando un numero telefonico di un altro: quando ti chiederanno i dati tu saprai rispondere perché tramite i dati pubblicati potresti avere tutto quello che ti serve per impersonare il malcapitato. Quello che più è significativo è che non esiste a livello di Sistema Paese uno strumento di contrasto a questo tipo di minacce. Fatta salva l’attività meritoria della Polizia Postale, il contrasto a minacce come questa, andrebbe gestite diversamente. Ci vorrebbe una agenzia italiana che fosse in grado di “monitorare” veramente le minacce verso i cittadini italiani, anche con capacità di contrasto reali. Nel report annuale dell’Intelligence, ad esempio, apprendiamo dell’esistenza di profili Twitter di monitoraggio, ma sembrerebbe che non siano così efficaci nel contrasto alle vere minacce“.

La palla passa al Garante della Privacy adesso che ha una grande gatta da pelare se consideriamo che poche settimane orsono ha stipulato un accordo con Facebook proprio per aiutare i reati connessi al Revenge Porn “è singolare – incalza Varrialeche mentre Facebook fa accordi di facciata con il Garante, tace da due anni sul data breach dei dati degli utenti e nega rogatorie ai magistrati che indagano su reati di Stalking. Ho assistito personalmente ad un diniego dinanzi a un caso di una stalker, con annessa diffamazione online, dove il magistrato si è trovata respinta la richiesta di accesso ai dati. Che questo caso serva a normare definitivamente queste società che godono di una impunità sovranazionale ed ostacolano addirittura indagini delle Autorità Competenti e confido nell’attività del Garante che sta lavorando in questa direzione e meno nelle massime Autorità europee, che da anni tacciono sulla questione e sono responsabili di questa deriva monopolistica dei social non solo sull’aspetto commerciale, ma su fattori determinanti per la sicurezza dei paesi”.

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