Com’è possibile che uno stato asiatico, distante poco più di duemila chilometri in linea d’aria dalla Cina, il Paese dov’è esploso il focolaio del Coronavirus, stia diventando un modello nella lotta al contagio? È il caso della Corea del Sud e delle sue disposizioni che hanno portato a risultati sicuramente migliori, e più rapidi, rispetto a quelli degli altri Paesi. Anche a quelli dell’Italia. E soprattutto, queste misure hanno portato a una letalità, calcolata in termini percentuali rispetto alla diffusione del contagio, molto meno grave.

Non che a Seul non abbiano avuto le loro schermaglie. Come ha scritto Erminia Voccia su Il Mattino.it. : “In Corea del Sud la questione Coronavirus è stata politicizzata. La destra e i conservatori ne hanno fatto un argomento utile ad attaccare il presidente Moon e la sua gestione dell’epidemia. Il Capo della Casa Blu è accusato di non aver bandito gli arrivi da tutta la Cina, ma solo dallo Hubei, facilitando la diffusione della malattia nel Paese asiatico”. Nonostante tutto ciò, le televisioni e i giornali di tutto il mondo continuano a raccontare il metodo sud-coreano. Anche se, naturalmente, è ancora presto per cantare vittoria.

Le immagini, che arrivano dalla Corea del Sud e stanno facendo il giro del mondo da qualche settimana, sono quelle che riguardano delle specie di stazioni di servizio. Lì le auto si fermano e ai passeggeri, che non scendono dal veicolo, viene loro fatto un tampone. Il personale sanitario è ovviamente bardato con guanti, mascherine, visiere e camice per evitare qualsiasi tipo di contatto. Queste scene, riprese dai telegiornali di molti Paesi, sintetizzano perfettamente la campagna di screening ad alto raggio messa in campo. Si è visto così crescere rapidamente il numero del contagio ma è stato possibile, altrettanto velocemente, avviare delle strategie di contenimento. Fin da subito nel Paese sono stati condotti circa 10mila test al giorno.

Rilevante è stata anche l’applicazione della tecnologia, attraverso l’uso di sms e un sito con una mappa per venire a conoscenza della diffusione del virus. È stata ideata anche una app per tracciare e monitorare i contagiati isolati presso la propria abitazione. I sudcoreani hanno tra l’altro rispettato i provvedimenti delle autorità e permesso loro, qualora infettati, di accedere ai propri smart-phone e carte di credito per risalire ai movimenti. Una concessione, in termini di privacy, da non trascurare. A tutto questo c’è da aggiungere l’alto tasso di posti letto in terapia intensiva, circa 30 per ogni 100mila abitanti.

Per due giorni consecutivi, domenica 15 e lunedì 16 i contagi in Corea del Sud sono stati al di sotto dei 100 e il numero dei dimessi e guariti superiore ai nuovi infetti. Lunedì 16 i nuovi casi sono stati solo 74. Il totale nazionale dei contagiati è a 8.236, dei morti a 84 (una proporzione rilevante) e oltre 300mila sono stati i test condotti sulla popolazione. Sicuramente lo Stato ha imparato dall’epidemia di MERS (altra sindrome respiratoria) scoppiata nel 2015 e presa allora sottogamba.  Con il Covid-19, dopo le notizie delle prime polmoniti registrare a Wuhan, la città epicentro del virus, la Corea del Sud ha attivato le sue aziende biotecnologiche per sviluppare dei test. E la strategia sembra essere stata quella appropriata.

Redazione