Chissà se, tra i record personali che solitamente snocciola durante il videomessaggio del venerdì, Vincenzo De Luca indicherà pure quello che ha centrato ieri. Ben tre giornali – a cominciare dal Corriere della Sera per finire con Il quotidiano del Sud passando per il Foglio – gli hanno dedicato spazio o, meglio, hanno acceso i riflettori sul concorso Ripam e sulla polemica che vede contrapposto il governatore campano al ministro Renato Brunetta.

I fatti sono noti. Nel 2019 De Luca ha bandito un corso-concorso «per mandare a lavorare 3mila giovani nella pubblica amministrazione». A tutti ha promesso l’ingresso nel personale di Comuni, Regione e altri enti storicamente a corto di risorse umane. Più di mille e 800 tirocinanti hanno superato le prove per accedere alla fase di formazione e adesso, Costituzione alla mano, dovrebbero affrontarne altre per diventare a tutti gli effetti dipendenti della pubblica amministrazione. A quel punto, invocando una norma contenuta nel decreto Semplificazioni, De Luca ha chiesto di tagliare le prove selettive che i candidati sono chiamati a sostenere, dopodiché ha persino raggiunto un accordo con Brunetta in base al quale la prova orale può essere eliminata. Secondo il ministro, però, quella scritta non può essere saltata a piè pari, ma deve svolgersi e anche in modo rigoroso: non per “cattiveria” nei confronti dei giovani campani che aspirano a un posto di lavoro, ma perché è l’articolo 97 della Costituzione a prevedere che agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si acceda mediante concorso e non, come pretende De Luca, sulla base di un semplice colloquio.

La vicenda dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, un tratto caratteristico del governatore campano. E cioè quell’insofferenza alle regole stabilite in altre sedi e, soprattutto, capaci di ostacolare la sua costante ricerca del consenso. Due esempi: la recente suddivisione dell’Italia zone gialle, arancioni e rosse, sulla quale De Luca si astiene quando la Campania è giudicata a basso rischio di contagio da Covid salvo poi scagliarsi quando la regione viene inserita nella fascia più “pericolosa”, e i criteri di valutazione della situazione epidemiologica, che il numero uno di Palazzo Santa Lucia non esita a definire (all’occorrenza) «demenziali». Tanto basta per dimostrare il disallineamento tra De Luca e il Governo nazionale e, soprattutto, la personalissima visione delle regole che lo Sceriffo dimostra di nutrire.

L’osservanza delle norme, però, non rappresenta un dettaglio sul quale soprassedere quando presunte esigenze di efficienza e rapidità della pubblica amministrazione lo impongano. Le regole vanno sempre rispettate perché su di esse poggia l’impalcatura della democrazia. Anzi, senza regole non ci può essere democrazia, ma soltanto il caos. Nel caso specifico, come Sabino Cassese ha magistralmente spiegato sul Corriere della Sera di ieri, eliminare la prova finale di un concorso pubblico precluderebbe il conseguimento degli obiettivi dell’articolo 97 della Costituzione: la selezione dei migliori, la valorizzazione del merito e l’innalzamento del grado di efficienza della pubblica amministrazione. Evitare i concorsi pubblici, dunque, equivale a negare a molti la possibilità di accedere a un impiego al servizio del Paese in modo imparziale e, nello stesso tempo, impedire allo Stato di selezionare dipendenti capaci. Insomma, oltre la siepe dei concorsi c’è soltanto il buio del clientelismo: il peggio che la «politica politicante» tanto vituperata da De Luca possa offrire.

Classe 1987, giornalista professionista, ha cominciato a collaborare con diverse testate giornalistiche quando ancora era iscritto alla facoltà di Giurisprudenza dell'università Federico II di Napoli dove si è successivamente laureato. Per undici anni corrispondente del Mattino dalla penisola sorrentina, ha lavorato anche come addetto stampa e social media manager prima di cominciare, nel 2019, la sua esperienza al Riformista.