Cultura
Conformismo come sfida alla democrazia, il costituzionalismo secondo Cerrina Feroni
Con Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, prefato da Natalino Irti la costituzionalista Ginevra Cerrina Feroni riflette sui nuovi confini della libertà di espressione, interrogandosi sul rapporto tra pluralismo, diritti fondamentali e conformismo culturale alla luce dei principi della Costituzione
Ci sono parole che, nel volgere di pochi anni, cambiano significato. E ce ne sono altre che finiscono per diventare formule rituali, apparentemente incontestabili. “Politicamente corretto” appartiene ormai a questa seconda categoria: evocato, criticato, difeso, spesso senza che ci si soffermi davvero sulle implicazioni giuridiche e costituzionali che porta con sé.
È proprio questo il terreno scelto da Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di Diritto costituzionale italiano e comparato all’Università degli Studi di Firenze e vicepresidente del Garante per la protezione dei dati personali, nel suo ultimo saggio Il pensiero conforme. Per una critica costituzionale del “politicamente corretto”, impreziosito dalla prefazione di Natalino Irti. Un libro che non si propone di alimentare l’ennesima contrapposizione tra progressisti e conservatori, né di schierarsi nella guerra permanente delle etichette. L’obiettivo è più ambizioso: verificare se i nuovi codici culturali che regolano il dibattito pubblico siano compatibili con i principi del costituzionalismo liberale.
L’approccio dell’autrice è quello del giurista. Non cerca slogan, ma categorie interpretative. E proprio questa scelta rende il volume particolarmente interessante in una stagione nella quale il diritto sembra spesso inseguire l’emotività del momento anziché offrire criteri di equilibrio.
La questione posta dal libro riguarda un fenomeno ormai evidente nelle democrazie occidentali: l’affermarsi di una pressione culturale che, pur non traducendosi necessariamente in divieti di legge, finisce talvolta per restringere gli spazi del dissenso. Non è la censura tradizionale esercitata dal potere pubblico, ma una forma più sfuggente di conformismo sociale, alimentata dalla forza dei social network, dalla velocità delle campagne mediatiche e dalla paura della delegittimazione personale.
È qui che Cerrina Feroni richiama il ruolo della Costituzione. Non come strumento di parte, ma come argine contro qualsiasi tentazione uniformatrice. La libertà di manifestazione del pensiero, ricorda implicitamente il volume, non nasce per proteggere le opinioni gradite o maggioritarie.
La sua funzione è esattamente opposta: garantire che anche le idee minoritarie, controcorrente o impopolari possano trovare cittadinanza nello spazio pubblico, purché rispettino i limiti fissati dall’ordinamento.
L’analisi evita accuratamente di mettere in discussione valori come il rispetto della persona, la tutela delle minoranze o il contrasto alle discriminazioni. Sarebbe una semplificazione fuorviante. Il nodo è un altro: comprendere quando la doverosa attenzione ai diritti rischi di trasformarsi in un paradigma culturale che scoraggia il confronto e induce all’autocensura.
La prefazione di Natalino Irti rafforza questa impostazione. Il grande giurista richiama il valore del dubbio come elemento essenziale della tradizione giuridica europea e invita a non confondere il consenso con la verità. Un richiamo che assume particolare significato in un’epoca nella quale la velocità della comunicazione tende spesso a sostituire la riflessione con la reazione immediata.
Il merito principale del libro risiede proprio nella scelta di sottrarre il tema alle contrapposizioni ideologiche. Cerrina Feroni non propone una battaglia contro il “politicamente corretto”, ma una riflessione sui limiti che ogni democrazia deve sapersi imporre quando affronta il delicato equilibrio tra dignità, inclusione e libertà.
In fondo, il costituzionalismo moderno nasce proprio da questa diffidenza verso ogni forma di pensiero unico. Le Costituzioni democratiche non pretendono di stabilire quale opinione sia giusta. Creano, piuttosto, le condizioni affinché opinioni diverse possano convivere senza annientarsi reciprocamente.
È una lezione che il volume ripropone con rigore e misura. In un tempo in cui il dibattito pubblico sembra spesso oscillare tra polarizzazione e conformismo, il richiamo ai principi costituzionali assume il valore di un invito a recuperare la complessità. Perché una democrazia non si rafforza quando tutti parlano allo stesso modo, ma quando resta capace di ascoltare anche le voci che mettono in discussione il senso comune.
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