Sembra la descrizione di una cosca mafiosa, più che di una particolare loggia di massoni. Men che meno appare come la narrazione di quel che è successo, nell’arco di un anno e mezzo, tra dignitosissimi e insospettabili personaggi in toga. Lui lo chiama il “metodo ungherese”, ma sembra il resoconto di una conferenza stampa del procuratore Nicola Gratteri. Invece è l’editoriale del Corriere della sera di ieri, scritto da Paolo Mieli. Una cronaca perfetta, senza malizia né retropensieri, un racconto pulito di quel che è successo, e una sola domanda, non retorica: che fine ha fatto la “Loggia Ungheria”? Cui se ne potrebbe aggiungere un’altra, non secondaria: c’entrano qualcosa gli ungheresi?

Domanda retorica, in questo caso. Perché, se una piccola osservazione può essere fatta al bravo cronista, è che nel suo resoconto manca l’indicazione del luogo in cui il “gruppo” (che non possiamo e non vogliamo chiamare loggia e men che meno cosca) si riuniva a tessere le sue trame. E che era, a quanto dice il Collaboratore di giustizia, piazza Ungheria, a Roma, nell’abitazione di un alto magistrato dall’impeccabile reputazione, il cui nome tutti conoscono, ma nessuno osa pronunciare. Forse anche il bravo cronista. Non stiamo scherzando. Se ai tempi di tangentopoli i fatti e le relazioni tra personaggi così come descritti da Mieli come “metodo ungherese” fossero capitati nelle mani degli uomini con le “Mani Pulite”, che cosa sarebbe successo? Nel carcere milanese di San Vittore, che già scoppiava, avrebbero dovuto aggiungere letti e strapuntini per far posto ai nuovi arrivati. Questo secondo la loro mentalità e le loro abitudini dei tempi, naturalmente.

Il racconto di oggi, nello scritto del bravo cronista presenta il Collaboratore di giustizia che fa la grande rivelazione: esiste una loggia massonica di potere, composta di magistrati, ufficiali dell’esercito, politici e imprenditori in grado di manipolare a proprio piacimento la vita politica italiana, giustizia compresa. A Milano l’indagatore numero Tre ritiene la rivelazione attendibile e vorrebbe procedere con urgenza. Ma è ostacolato dall’inerzia degli indagatori Due e Uno. Fino a questo punto siamo dentro le regole. Ma poi, dice Paolo Mieli, ecco che subentra il “metodo ungherese”. Cioè qualcosa di strano, di poco regolare. Qualcosa che gli uomini con le “Mani Pulite” avrebbero considerato reato, e in seguito a cui, forse, avrebbero ritenuto necessaria l’applicazione della custodia cautelare in carcere. Se non altro per il pericolo di inquinamento delle prove.

Dunque secondo il “metodo ungherese” un sostituto procuratore in dissenso con il suo capo può scavalcarlo e andare a sfogarsi da un membro del Csm e consegnargli carte segrete senza firme né timbri ( che a noi lettori di gialli ricordano un po’ l’arma con la matricola abrasa), in modo che non ne sia identificabile la fonte. Poi il consigliere può informarne i vertici della magistratura, ma sempre in modo informale, e poi anche colleghi e parlamentari scelti con un suo personale criterio. Infine può andare in pensione, abbandonando non si sa bene dove (computer, scrivania? nelle mani della segretaria?) carte o chiavette con contenuti segreti. E quando la segretaria viene sospettata di essere la “postina” che distribuisce a un paio di giornali il documento supersegreto, lui non trova di meglio da dire che: tranquilli, se l’avessi fatto io, nessuno mi avrebbe mai scoperto…Finisce che, la storia è ormai conosciutissima, tra una consegna e l’altra, le carte planano nelle mani del magistrato Nino Di Matteo il quale, al grido di “Il re è nudo!” fa l’unica cosa giusta e spiffera all’intero Csm quel che sta succedendo.

Che cosa c’è di regolare (possiamo dire di legale?) in tutto ciò? D’ora in avanti ciascuno di noi potrà avvalersi del “metodo ungherese” ritenendo, per usare il linguaggio del dottor Davigo, di farla franca? Noi cittadini siamo ogni giorno sottoposti a giudizio, e potenziali indagati. I magistrati no, come dimostrano i dati, di fonte Csm, pubblicati ieri da Giulia Merlo in un’inchiesta sul quotidiano Domani: tra il 2008 e il 2016 la percentuale media delle toghe promosse dai consigli giudiziari (i piccoli Csm locali) è del 98,2%. Tutti bravissimi, nessuno sbaglia mai. E pare che abbia destato grande allarme nel sindacato delle toghe un emendamento presentato dal Partito democratico che propone di inserire nella riforma dell’ordinamento giudiziario la previsione che nei consigli giudiziari che devono valutare la professionalità dei magistrati abbiano diritto di voto anche gli avvocati. Apriti cielo! L’Anm con il suo direttivo (unica eccezione dignitosa, quella di Md) ha immediatamente votato una mozione di sdegno, quasi fosse stata colpita al cuore l’autonomia della magistratura. O il “metodo ungherese”?

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.