Diciamo la verità: se non fosse stato per Nino Di Matteo che ha rotto il gioco, tutta questa vicenda delle logge segrete, dei pasticci dentro la magistratura, dei veleni, degli imbrogli, e parallelamente le storie strane dell’ex premier Conte, tutto queste cose qui non le avremmo mai sapute. I migliori campioni della Magistratura Intransigente, e i grandi giornalisti, e i grandi giornali di inchiesta, avevano seppellito tutto sotto la sabbia. Shhh, avevano sibilato. Shhh: omertà.

Non è così? Figuratevi se a me, che di Di Matteo ho sempre parlato, scritto e pensato tutto il male possibile, non costa molto questa ammissione: però è il vero. Non cancello neanche una frazione delle critiche che da anni rivolgo a Di Matteo, e tuttavia bisogna riconoscergli che ha dimostrato di essere una persona onesta e che rispetta la legge e che non guarda in faccia a nessuno. È strano? Non dovrebbe essere strano. Nel senso che magari una persona normale dai magistrati si aspetta sempre un comportamento come quello di Di Matteo. Ma chi invece conosce un po’ di cose della magistratura, e ha visto come si comporta di solito il partito dei Pm, sa che non è così, lo sa già da prima di aver letto il libro di Palamara. Di Matteo è un’eccezione, e forse nessuno si aspettava che potessero finire nelle sue mani i verbali degli interrogatori segreti dell’avvocato Amara e che quindi tutta questa storia loschissima potesse diventare cosa pubblica.

È andata così. Con rabbia, penso, da parte di molti. Innanzitutto di Davigo (ex pm, ex capo dell’Anm, ex magistrato di Cassazione, ex membro del Csm, attualmente editorialista del Fatto Quotidiano) che pare sia furioso; ma poi anche da parte del procuratore di Milano Greco e di vari altri magistrati dei quali al momento non conosciamo i nomi, e di un bel numero di giornalisti del Fatto Quotidiano e della Repubblica che hanno fatto parte del gruppetto che ha tenute segrete le accuse di Amara, dopo aver pubblicato, negli anni, chilometri di documenti segreti e illegali e sputtanato la vita pubblica e privata di centinaia di persone.

Ora però restano alcune domande che sono molto inquietanti. La prima è questa. Come mai ieri Piercamillo Davigo è stato ascoltato dal procuratore di Roma come teste e non come persona iscritta nel registro degli indagati? Seconda domanda: cosa si sono detti Prestipino e Davigo? Terza domanda: perché si è avviata un’indagine ipotizzando il reato di associazione segreta e non associazione a delinquere? Provo a rispondere, seguendo la logica formale.

La prima domanda può avere solo una risposta: Davigo non è ancora indagato perché Davigo non è una persona normale: è un esponente, seppure in pensione, della Grande Casta. E quindi ha diritto a grandi privilegi. Chiunque altro, nella sua condizione, sarebbe stato inquisito per almeno tre reati: favoreggiamento, per aver “favoreggiato” il Pm milanese che gli diede i verbali. Falso per occultamento, per aver occultato i verbali. Omessa denuncia, per non aver denunciato il reato del quale era a conoscenza. Mi sono tenuto stretto stretto, perché sono un garantista. Certo che se qualcosa di appena somigliante a quello che ha fatto Davigo l’avesse fatto un esponente della politica, magari senza immunità parlamentare, finiva dritto dritto in gattabuia.

Alla seconda domanda si può rispondere con un po’ di fantasia. Prestipino, procuratore di Roma la cui nomina è stata dichiarata illegittima dal Tar, avrà innanzitutto ringraziato il dottor Davigo visto che il suo voto a favore in Csm (che contraddisse tutte le dichiarazioni contro Prestipino dei mesi precedenti e costituì una svolta improvvisa e mai spiegata del davighismo) fu quello che permise la nomina di Prestipino sebbene i suoi titoli fossero decisamente inferiori a quelli degli altri concorrenti all’incarico. Chissà se dopo averlo ringraziato gli avrà poi rivolto domande imbarazzanti. Tutto è possibile, naturalmente, però, siamo sinceri: se davvero l’indagine su Davigo la dovesse svolgere la Procura di Roma la credibilità dell’inchiesta sarebbe parecchio sotto lo zero. Per fortuna sembra che, per ragioni formali, l’inchiesta si sposterà a Brescia.

La terza domanda è la più drammatica. Noi naturalmente non sappiamo se questa Loggia di piazza Ungheria esistesse, o esista, oppure se sia una invenzione. Tantomeno conosciamo i nomi dei partecipanti, se c’erano dei partecipanti. Però sappiamo una cosa: se questa Loggia esisteva ed era quello che l’avvocato Amara sostiene, il reato da ipotizzare non è quello di associazione segreta -come hanno stabilito i magistrati che indagano- ma è quello di associazione a delinquere finalizzata a corruzione di atti giudiziari, corruzione, traffico di influenze, turbativa d’asta. Perché invece si è scelto il reato di associazione segreta? Provo a indovinare. Il reato di associazione segreta prevede una pena massima di tre anni. E quindi esclude la possibilità di indagare con le intercettazioni. E anche, ora, con l’esame dei tabulati telefonici.

Siccome chiunque conosca un po’ i fatti della magistratura sa che da molti anni le indagini si fondano esclusivamente sulle intercettazioni telefoniche e sui pentiti, e siccome la parola dei pentiti può essere usata a completa discrezionalità del Pm, che la giudica credibile o non credibile senza dover renderne conto a nessuno, e siccome non sarà difficile giudicare non credibili le accuse di Amara, in questo modo l’indagine sulla Loggia è già affossata. Cioè, non ci sarà. Finirà sotto la sabbia, come volevano Greco e Davigo. Se invece si indagasse per associazione a delinquere si potrebbero usare i tabulati, si potrebbe intercettare e tutto sarebbe più pericoloso. Ipotesi subito scartata. Pagherà solo il povero Storari, che certo di sciocchezze ne ha fatte parecchie, però, è chiaro, era mosso dalla volontà di scoprire la verità. Oggi, ai vertici della magistratura, chi vuole scoprire la verità non è visto di buon occhio. Va stroncato. Così come è stato stroncato il Pm Fava, che aveva commesso la somma sciocchezza di entrare in conflitto con Ielo e Pignatone.

Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.