In questo ennesimo Rai-gate una cosa è certa: l’ingerenza politica dei partiti sulla tv di Stato, tv pubblica che dovrebbe avere l’informazione dei cittadini come bene primario e non l’esercizio del potere o lo stipendificio fatto di posti di lavoro e prebende a favore di una parte o dell’altra. E questo è vero, purtroppo, a prescindere dal Fedez show, dalla presunta censura (che, quand’anche fosse, ha ottenuto l’effetto contrario visto che mai come in queste ore si parla della questione di genere) e dal disegno di legge contro l’omofobia che prende il nome dal deputato del Pd Alessandro Zan.

Quello che si è scatenato in queste 48 ore è quindi il solito circo dell’ipocrisia, virus che colpisce soprattutto la politica, nessuno escluso, da Lega a 5 Stelle passando per il Pd. Il grido di battaglia sulle bocche dei vari leader politici – “fuori i politici dalla Rai” – è smentito e per primi da loro stessi. Se c’è stata una stagione di lottizzazione è proprio quella della Rai uscita dal governo giallo-verde. Correva l’anno 2018. Fa un po’ sorridere sentire l’ex premier Giuseppe Conte che quella Rai ha contribuito a nominare (aiutato dal portavoce Casalino), impegnarsi oggi con promesse del tipo: «È il momento giusto per riformare la Rai e sottrarla alle ingerenze della politica». E fa ancora più sorridere sentire la senatrice 5 Stelle Paola Taverna scandalizzarsi per il caso Fedez: «È la punta dell’iceberg di una situazione incancrenita che denunciamo da anni. Adesso basta! Il nostro servizio pubblico non può essere ostaggio dei politici». La domanda è obbligatoria: cosa hanno fatto in questi tre anni?

Il caso Fedez diventa così l’occasione perfetta di riaprire il mai pacificato dossier Rai. Il presidente della Vigilanza Alberto Barachini (Fi) ha annunciato un’indagine sull’accaduto e sentirà il direttore di Rai 3 Franco di Mare e la vicedirettrice Ilaria Capitani. Grazie alla Rai che gli ha dato il microfono e con la potenza di fuoco dei suoi social, censurato o no, Fedez ha messo in ginocchio direttori e leader politici. A cominciare da Salvini che da due giorni invita Fedez “a confrontarsi davanti a un caffè”. Ma il vero dossier che si apre in queste ore è quello del Consiglio di amministrazione Rai. In scadenza a giugno, nei fatti il Cda è già fuori tempo massimo con l’approvazione del bilancio avvenuta venerdì. È cominciato quindi il conto alla rovescia per il presidente Foa e l’ad Salini, il primo espressione dell’area che fa capo alla Lega, il secondo del Movimento 5 Stelle.

E per quanto il premier Draghi e il ministro Franco – cui spetta l’indicazione di entrambi poiché il Mef è azionista di maggioranza della Rai – eviterebbero volentieri di mettere il naso nella Rai, dovranno invece farsene carico perché il bilancio approvato potrebbe “nascondere” un buco tra i 150 e i 200 milioni di euro. Spiega Michele Anzaldi, deputato di Italia viva in Vigilanza Rai: «Di fronte a un pareggio di facciata, i conti in Rai farebbero registrare in realtà un buco sostanziale da 120-150 milioni di euro che emergerà solo con il prossimo bilancio».

Nel bilancio 2020, infatti, doveva risultare un risparmio tra i 120 e i 150 milioni di euro, i soldi già stanziati ma non spesi per Olimpiadi ed Europei rinviati per pandemia. Soldi che peseranno invece, in negativo, nel bilancio 2021. «Draghi e Franco – insiste Anzaldi – devono accelerare l’insediamento del nuovo Cda per rimettere i conti in ordine». Gli uffici del Parlamento sono al lavoro sull’elenco delle candidature per il nuovo Cda: quattro sono i membri scelti dal Parlamento, due dalla Presidenza del consiglio, il settimo è indicato dai dipendenti della Rai. Difficile che il nuovo Cda arrivi prima di giugno. Per il nome di amministratore delegato circola con insistenza da settimane quello di Tinny Andreatta, gradita al Pd di Letta e anche al premier.

Le grane per la Rai non finiscono qui. E per l’appunto ne arriva fresca fresca una che sarebbe il pezzo forte della puntata di Report di ieri sera. Il team di Sigfrido Ranucci ha messo le mani su un video dedicato a un incontro all’area di servizio di Fiano Romano tra Matteo Renzi e il potentissimo agente ora in forza al Dis Marco Mancini, sempre lui, un nome che ritorna, l’agente segreto riabilitato grazie al segreto di Stato dalle inchieste su Abu Omar e Telecom (anni 2006-2007). È cosa nota che Mancini abbia chiesto, ai tempi del governo Conte, di ottenere la promozione a numero 2 dell’agenzia o comunque un ruolo operativo. Conte se n’era fatto carico e aveva promesso. Poi il Conte 2 è finito. E le ambizioni di Mancini sono rimaste in freezer. Ai tempi dell’incontro con Renzi – dicembre 2020 – siamo in pieno “calciomercato” per la nomina dei vice e l’agente segreto si attiva per promuovere la sua investitura. L’incontro, già saltato una volta, viene così recuperato all’area di servizio di Fiano Romano. Dove, guarda caso, viene puntualmente registrato.

Luciano Nobili, deputato di Italia viva, ha presentato un’interrogazione al Mef circa «una presunta fattura da 45 mila euro ad una società lussemburghese per confezionare un servizio contro Renzi». L’interrogazione di Nobili fa riferimento ad alcuni servizi andati in onda su Report il 30 novembre dove si citano i rapporti del Governo Renzi con gli Emirati Arabi e una conferenza ad Abu Dhabi. Ranucci smentisce sdegnato: “Mai pagato le fonti”. E ieri sera ha mandato in onda l’incontro Renzi-Mancini. Che essendo in una stazione di servizio doveva avere poco di segreto. Aria di regolamento di conti a posteriori.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.