Hanno scherzato. Nel senso che alla fine dopo 72 ore di piatti in faccia tra Enrico Letta e Carlo Calenda è scoppiato l’amore ed è andato in scena l’happy end. Grazie anche alla funzione di tutoraggio garantita da Emma Bonino e Benedetto della Vedova. Questo succede ieri intorno alle 14, sala del gruppo Pd alla Camera con stretta di mano pubblica a favore di telecamere – caso mai qualcuno se la rimangiasse – nella sala stampa della Camera dei deputati. La pax così siglata è così l’inizio di una campagna elettorale pancia a terra e porta a porta, come immagina il Nazareno, “con due schieramenti ben definiti uno contro l’altro, quello nostro europeista e l’altro delle destre populiste e sovraniste”. Ma la stessa pax è anche la miccia che accende un’altra battaglia, anzi, più d’una: è fatta per estromettere Matteo Renzi e Italia viva da ogni accordo elettorale almeno dignitoso; come effetto collaterale produce subito che Luigi di Maio sarà candidato nelle liste del Pd (quota proporzionale, quindi sicuro). Si chiama diritto di tribuna: Letta lo ha concesso, il ministro degli Esteri lo ha accettato; l’ex premier ed ex segretario del Pd no. La pax accende anche i territori: aver allargato la coalizione vuol dire aver meno posti a disposizione e più d’uno invece nelle file contava in un collegio sicuro o quasi adesso invece messo a disposizione del Di Maio di turno. Anche il popolo di Calenda non l’ha presa benissimo a giudicare dai social: è un patto politico e pieno di contraddizioni, attaccabile in ogni momento, potremmo dire fragile. Ma così richiede la legge elettorale: “Alleanze tecniche, non programmatiche” ha sempre spiegato il segretario dem. Calenda si è impegnato davanti ai giornalisti: “Basta prepartita, adesso comincia la partita vera e giochiamo tutti nella stessa squadra per vincere”. Tutti con la maglietta di Azione, come aveva provocato qualche giorno fa Andrea Orlando? “Facciamo così – ha sorriso con gli occhi Calenda – d’ora in poi Orlando avrà sempre ragione”.

L’accordo
L’appuntamento era alle 11 ieri mattina. Fino a poco prima di mezzogiorno però il tavolo non inizia. Ci sono Enrico Letta, il plenipotenziario Marco Meloni, lettiano doc, raccontano che abbia ancora il dente avvelenato per essere estato escluso dalla competizione nel 2018, quella lunga notte in cui si chiusero le liste Pd, segretario era Renzi. Ha voglia di dire il fronte nazionale repubblicano contro le destre: certi torti o presunti tali si cancellano solo con la vendetta: E’ bene dire le cose come stanno. Fanno parte della delegazione Pd anche le capogruppo Malpezzi e Serracchiani che Letta volle alla guida dei gruppi parlamentari appena arrivato. Sono state fedeli ad ogni segretario di questa incredibile legislatura. Poco dopo arrivano Carlo Calenda, Benedetto della Vedova e Riccardo Magi. Non c’è Emma Bonino ma è come se: in questi giorni è lei che non ha mai avuto dubbi sull’alleanza con Letta e nel respingere l’accordo sul terzo polo con Matteo Renzi che tra domenica e lunedì era sembrato invece prevalere. Almeno a giudicare dalle parole e dai tweet di Calenda molto critici con l’alleanza arlecchino e le palesi contraddizioni programmatiche dal campo largo di Letta. La fumata bianca arriva poco dopo le 13 e 30. La filosofia, anticipa lo staff di Letta, “è che tutti abbiamo fatto un passo indietro nell’interesse comune di costruire un’alleanza in grado di contrastare le destre”. E’ la polarizzazione dello scontro: Letta contro Meloni; agenda Draghi contro agenda delle destre; europeismo contro “nazionalismi alleati con Orban e Putin”. Si dà per scontato, e Calenda ha accettato lo schema, che in mezzo non ci sia nulla. Il testo del patto elettorale è diviso in due parti: “La visione, il programma”; “Le candidature, il Patto elettorale”. Tra i punti programmatici di questo patto “tra Pd e Azione” sottolinea più volte Letta, è chiaro che “le prossime elezioni sono uno spartiacque che determinerà la storia prossima del nostro Paese e dell’Europa. E’ nostro dovere dunque costruire una proposta vincente di governo”. E quindi “solido ancoraggio all’Europa nel rispetto degli impegni internazionali dell’Italia e del sistema di alleanze così come venutosi a determinare a partire dal secondo dopoguerra”. Avanti su tutta la linea con l’agenda Draghi con riferimento in particolare alla crisi ucraina e al contrasto al regime di Putin”. E avanti senza incertezze sul piano energetico, dai rigassificatori al price cap con incremento delle rinnovabili, così come spiegato dal ministro Cingolani.

La divisione dei seggi
Inutile dire che gli occhi dei giornalisti vanno soprattutto sul paragrafo successivo, “candidature e patto elettorale”. Sta qui il passo indietro più evidente. Del Pd, si direbbe. Calenda aveva chiesto di non candidare nei collegi sicuri uninominali leader divisivi e indigesti come Fratoianni, Bonelli, Di Maio e altri. Così come lui non avrebbe candidato nomi di peso come Gelmini e Carfagna. “Le parti – si legge nell’accordo – si impegnano a non candidare personalità che possano risultare divisive per i rispettivi elettorati nei collegi uninominali, per aumentare le possibilità di vittoria dell’alleanza. Conseguentemente, nei collegi uninominali non saranno candidati i leader delle forze politiche che costituiranno l’alleanza, gli ex parlamentari del M5S (usciti nell’ultima legislatura), gli ex parlamentari di Forza Italia (usciti nell’ultima legislatura)”. Ma neppure Letta o Calenda. O altri se sarà necessario. Ora, siccome i colleghi uninominali sicuri sono molto pochi e visto anche i risultati delle passate elezioni, diciamo che non ci sono big che possono dire di andare a cuore leggero nell’uninominale. Il proporzionale è un ombrello di protezione per chiunque. Pur con tutti i punti interrogativi del mix legge elettorale e taglio dei parlamentari, è più sicuro essere candidati nel proporzionale che nel maggioritario, un duello senza prigionieri, chi vince prende tutto.
La più succulenta è la parte dei numeri. Così come aveva già fatto il centrodestra, anche Letta e Calenda fissano due percentuali. “La totalità dei candidati nei collegi uninominali della coalizione – si legge – verrà suddivisa tra Democratici e Progressisti e Azione/+Europa nella misura del 70% (Pd) e 30% (+Europa/Azione)”. Sarà “scomputata” da queste cifre la quota riservata “alle altre liste dell’alleanza elettorale”. Accordo anche sulle presenze in tv diviso nelle stesse percentuali. E sui front runner, che restano due: Letta per il Pd e Calenda per Azione, +Europa e Liberali”.
Dal punto di vista di Calenda è un buon accordo, nei punti politici e programmatici, e per il numero dei seggi. Il 30 per cento – che poi sarà del totale visto che lo scomputo potrebbe non riguardare nessuno – è tanta roba. Come denunciano subito i territori che si scatenano sui social: contro Letta perché ha dato troppo quando già c’è poco (rapporto candidati e seggi decisamente sproporzionato); contro Calenda perché “hai perso l’occasione di fare un vero polo di centro”.

E Renzi?
Non c’è dubbio che a questo punto tra le due coalizioni arlecchino tenute insieme solo “contro” e non “per” qualcosa, Italia viva resta l’unica forza coerente con un percorso e una storia. Destinata ad essere travolta dal voto utile? Si vedrà. L’accordo Letta-calenda ha anche scontentato molti. Sui territori. Dove si voterà. Forza Italia ieri camminava un metro da terra “perchè averci tolto di mezzo Calenda è un grande regalo”. Sarà in grado Iv di attirare il voto moderato di centro che non riesce a seguire le destre? Tra le poche domande scappate nell’improvvisata conferenza stampa, c’è stata quella che riguarda ora il destino di Italia viva e Matteo Renzi. La prospettiva del Terzo Polo, di cui Renzi e Calenda hanno parlato molto in questi giorni e che sembrava destinata a concretizzarsi, è caduta sotto il pressing di Emma Bonino e della segreteria dem. “Noi teniamo la porta aperta…” ha detto Calenda. “Spero arriverete anche voi” ha ripetuto poco dopo in uno cambio di tweet con la ministra Elena Bonetti (Iv) che rifletteva: “Caro Carlo. Hai sprecato un’occasione storica, peccato. Buon vento anche a te”.
Il tema ora è proprio questo: che succede all’unica vera forza politica che fece una crisi di governo e ritirò i ministri per accompagnare alla porta Conte e investire Draghi? Tutto questo mentre il Pd, a guida Zingaretti, lavorava intensamente per il Conte-ter offrendo anche a Renzi un incarico da ministro. Il paradosso – per qualcuno il rischio, per altri un’ottima notizia – è che Italia viva non sia più rappresentata in Parlamento se non raggiungerà il 3%. La risposta del leader di Iv non si è fatta aspettare: andranno da soli. “Siamo soli? No, siamo coraggiosi. Siamo a un passo dal 3% e a volte anche sopra il 3%. È una partita secca. Io sono convinto che si possa arrivare al 5%”.

Diritto di tribuna
Nel pomeriggio Letta ha annunciato di garantire il diritto di tribuna ai leader delle formazioni politiche collegate. Si tratta di un posto sicuro nella quota proporzionale visto che “Impegno civico” potrebbe non raggiungere il 3% e non far scattare il quorum per far eleggere qualcuno. Insomma, correrà la lista (simbolo appena presentato ieri) ma intanto il leader si protegge anche altrove.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.