Per trent’anni l’Italia ha discusso di salari guardando il numero sbagliato. Il dibattito si è concentrato sul prezzo dell’ora — quanto deve valere, se serva un minimo legale — mentre il problema stava altrove: quante ore, quante settimane e quanti anni di lavoro il sistema riesce a offrire a ciascuno. La Nota di lavoro n. 1/2026 dell’Ufficio parlamentare di bilancio, costruita sui microdati INPS, lo dimostra: a parità di orario, la retribuzione reale italiana è rimasta quasi ferma dal 1990 (−1,6 per cento, fonte OCSE); la retribuzione annua effettivamente incassata dai lavoratori è invece scesa del 6,6 per cento. La differenza tra i due numeri non sta nel prezzo del lavoro: sta nel lavoro mancato. Dal 1990 il tempo parziale è passato dal 4 a oltre il 30 per cento dei rapporti — sette volte tanto in una generazione — mentre crescevano i contratti brevi e si accorciavano le carriere.

È qui che la diagnosi corrente va rovesciata. Rispetto all’Europa, l’Italia non ha «troppo» lavoro flessibile: il tasso di part-time sugli occupati (16,7 per cento) è sotto la media dell’area euro, i dipendenti a termine (2,7 milioni) sono meno che in Germania, Francia e Spagna, la somministrazione pesa un quarto della media europea. L’anomalia italiana è qualitativa: da noi l’orario ridotto non è una scelta, è un razionamento di ore. Il part-time involontario — accettato in mancanza di un tempo pieno — riguarda il 57,9 per cento di chi lavora a orario ridotto, oltre due milioni di persone: l’incidenza più alta dell’intera area dell’euro. Ed è un fenomeno in larghissima parte femminile: quasi tre part-timer su quattro sono donne, e circa la metà delle occupate a orario ridotto dichiara di averlo subìto. In Olanda e in Germania l’orario ridotto è conciliazione scelta e reversibile; in Italia è stato, soprattutto nei servizi, l’unica offerta disponibile, che spesso nasconde ore aggiuntive, ma lavorate in nero. Abbiamo meno lavoro atipico dei nostri vicini, ma il nostro lavoro atipico impoverisce di più.

La frammentazione si somma lungo la carriera e produce il dato più eloquente di tutti. Secondo Eurostat, un quindicenne italiano può attendersi 33 anni di vita lavorativa: la Germania ne offre 40,2, la Francia 37,2, la media europea è 37,5. Per le donne italiane il dato scende a 28,4 anni, il minimo assoluto europeo: quattordici anni meno di una svedese. E cade un altro luogo comune: le ore annue per occupato superano quelle di Germania e Francia. Lavoriamo tante ore pro capite, ma in pochi e per pochi anni. L’Italia non è il Paese dove si lavora poco; è il Paese dove il lavoro è distribuito peggio.

Questa diagnosi ha una conseguenza diretta sul dibattito politico: nessun salario minimo — legale o contrattuale che sia — può da solo invertire la rotta. Il minimo orario agisce sul prezzo del lavoro, cioè sulla variabile che in Italia ha sostanzialmente tenuto; non tocca la quantità di lavoro venduta, cioè la variabile che è crollata. Un minimo dignitoso applicato a un part-time involontario di venti ore settimanali, magari per otto mesi l’anno, produce comunque un reddito povero e un montante contributivo insufficiente. Più del 75 per cento dei rapporti di lavoro con redditi lordi inferiori a 20mila euro annui riguardano rapporti di lavoro a tempo parziale, stagionali o discontinui. I dati UPB sulla distribuzione lo confermano: tra il 1990 e il 2026 il decimo percentile delle retribuzioni annue ha perso il 40,8 per cento — non perché sia caduta la paga oraria dei più deboli, ma perché si sono ridotte le loro ore, settimane e stagioni di lavoro — mentre l’industria segnava +16,5 e i servizi privati, dove la frammentazione si è concentrata, −20,9. La povertà lavorativa italiana è fatta di calendari vuoti prima che di tariffe basse. Chi promette di risolverla fissando il prezzo dell’ora cura il sintomo e lascia intatta la causa.
Il cambiamento in corso.

Qualcosa, però, si sta muovendo, e nella direzione giusta. Dal 2023 la composizione dell’occupazione ha cambiato segno per la prima volta in trent’anni: oltre 670 mila posizioni a tempo indeterminato in più in due anni, quarto anno consecutivo di crescita del tempo pieno, part-time in calo del 9,2 per cento nell’ultimo anno con la quota scesa al 28,8 per cento, permanenza nell’occupazione al 94,4 per cento, massimo della serie, con i miglioramenti più forti tra i lavoratori meno istruiti. Anche gli anni attesi di vita lavorativa risalgono, da 32,8 a 33,2. È l’inversione che mancava. Poiché la perdita salariale di trent’anni è venuta per circa cinque sesti dalla composizione dell’occupazione, solo una composizione migliore può ritrasformare gli aumenti contrattuali in redditi annui più alti. Il canale tra salario orario e reddito da lavoro, interrotto per una generazione, si sta riaprendo. La ricomposizione ha aperto il canale; la produttività deciderà quanto reddito potrà attraversarlo.

Se la diagnosi è corretta, la politica salariale del prossimo decennio si gioca su due prerequisiti. Primo: più anni di lavoro per chi già lavora. Colmare anche solo in parte i quattro anni di distanza dalla Francia e i sette dalla Germania richiede continuità dei rapporti lungo tutta la carriera: incentivi selettivi alla trasformazione a tempo indeterminato e dal part-time involontario al tempo pieno; contrattazione di qualità che leghi flessibilità e stabilizzazione; ingresso anticipato con il raccordo tra istruzione, ITS e lavoro; permanenza attiva dei lavoratori maturi con formazione continua e staffette generazionali. La permanenza nell’occupazione andrebbe assunta come indicatore ufficiale delle politiche del lavoro, accanto al tasso di occupazione: il primo misura quante persone lavorano, la seconda per quanto tempo. È il tempo, non solo il numero, che diventa salario e montante contributivo.

Secondo: più persone al lavoro. Il tasso di occupazione, pur al massimo storico, resta sotto la media europea, e il divario si concentra su donne e Mezzogiorno: non a caso la vita lavorativa femminile italiana è la più corta d’Europa. Le leve sono note e vanno portate a scala: nidi, tempo pieno scolastico e congedi effettivamente condivisi, che trasformino il part-time da obbligo a scelta; politiche attive mirate sugli inattivi recuperabili; incentivi all’occupazione femminile e giovanile nel Mezzogiorno agganciati alla trasformazione stabile; emersione del lavoro irregolare. E una condizione abilitante: produttività e contrattazione di qualità nei servizi privati, dove le retribuzioni hanno perso il 20,9 per cento — crescita dimensionale e digitalizzazione delle PMI, secondo livello contrattuale più esteso, detassazione mirata di premi e rinnovi, domanda pubblica che fissi standard di lavoro di qualità.

Il messaggio di fondo è semplice: per trent’anni il lavoro frammentato ha tenuto fermi i redditi degli italiani; da tre anni la frammentazione arretra. Consolidare questa traiettoria — più mesi di lavoro nell’anno, più anni nella vita, più persone al lavoro — è la vera politica salariale, perché agisce sulla causa e non sul sintomo. Il prezzo dell’ora, da solo, non ha mai fatto un reddito: lo fanno le ore, gli anni e le persone che lavorano.

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