Dare più forza e credibilità alla contrattazione
I salari italiani restano tra i più bassi d’Europa. E se cresce, cresce poco
I salari italiani restano tra i più bassi d’Europa e il confronto internazionale offre interessanti spunti di riflessione. I dati Eurostat mostrano che nel 2024 in Italia il salario netto medio di un lavoratore senza figli si è attestato a 24.797 (+4,0% rispetto al 2022), contro i 39.594 della Germania (+11,2% rispetto al 2022), i 32.354 della Francia (+6,9% rispetto al 2022) e i 24.571 della Spagna (+8,8% rispetto al 2022). Un ritardo che non riguarda soltanto i valori nominali, ma anche il potere d’acquisto reale, eroso dall’inflazione degli ultimi anni. Tra il 2022 e il 2024 l’inflazione cumulata (misurata con l’indice armonizzato) in Italia ha raggiunto nello stesso periodo il 16,4%, in Germania, il 18,9%, in Francia, il 14,8%. Tutti I Paesi hanno mostrato un ritardo nel recuperare la fiammata inflazionistica del 2022.
Un dato interessante per comprendere l’evoluzione complessiva della dinamica salariale in Italia è quello di marzo 2026 che registra un incremento delle le retribuzioni orarie del 12,1% rispetto a dicembre 2021. Nel primo trimestre del 2026, la dinamica salariale ha continuato a migliorare, con una crescita tendenziale delle retribuzioni orarie pari al 2,6%. Segnali incoraggianti, ma ancora insufficienti per colmare il divario con le principali economie europee. Il nodo centrale resta quello dei rinnovi contrattuali. A fine marzo 2026 risultavano ancora 29 contratti in attesa di rinnovo, coinvolgendo circa 4,1 milioni di lavoratori: 1,2 milioni nel settore privato e 2,8 milioni nella pubblica amministrazione. Una situazione però meno critica rispetto al passato: tra marzo 2025 e marzo 2026 il tempo medio di attesa per i lavoratori con contratto scaduto è infatti sceso da 23,1 a 14,9 mesi, mentre per il totale dei dipendenti si è passati da 10,9 a 4,7 mesi. Un miglioramento nei tempi di contrattazione che avrà effetti sul il reddito e sui consumi delle famiglie.
A fronte di questa dinamica salariale, bisogna considerare che in Italia il costo del lavoro è appesantito dalla componente non salariale. La quota di contributi e oneri sul costo complessivo del lavoro raggiunge in media in Italia, il 28,1%, superiore alla Germania (23,5%), alla Spagna (26,2%), ma inferiore alla Francia (32,3%). In questa prospettiva, i bonus fiscali occupazionali e gli interventi sul cuneo contributivo, compresi quelli introdotti con il decreto del Primo Maggio, sono coerenti con la struttura del costo del lavoro esistente in Italia. Il dibattito sul “salario giusto” va dunque affrontato senza slogan ideologici. In Italia la copertura della contrattazione collettiva riguarda circa l’80% dei lavoratori, una delle percentuali più elevate d’Europa secondo l’OCSE. Il vero problema non è l’assenza di contratti, ma la frammentazione del sistema contrattuale e la bassa crescita della produttività. Negli anni si sono moltiplicati sigle e contratti poco rappresentativi, spesso utilizzati per comprimere salari e diritti. La sfida è allora rafforzare le contrattazioni maggiormente rappresentative, riportando il sistema verso criteri più ordinati e trasparenti. Un salario giusto, vuol dire dare più forza e più credibilità alla contrattazione, garantendo standard minimi coerenti con le dinamiche macroeconomiche. Resta infine la questione territoriale. Il costo della vita varia profondamente tra Nord e Sud e tra grandi città e aree interne. A parità di salario nominale, il potere d’acquisto reale può essere molto diverso. Per questo è importante valorizzare un sistema di contrattazione organico che sappia anche tener conto delle differenze territoriali esistenti assicurando in tal modo equità sociale e sostenibilità economica.
© Riproduzione riservata







