Per oltre due anni l’inflazione è stata nemica dei consumatori, ma inattesa alleata di molte imprese. L’aumento dei prezzi ha consentito di trasferire buona parte dei rincari energetici e delle materie prime sui listini, preservando – e in alcuni casi ampliando – la redditività. Oggi lo scenario è cambiato. L’Istat descrive infatti una progressiva erosione dei margini di profitto, destinata a diventare uno dei principali temi economici del secondo semestre 2026.

Dopo il recupero del 2023, i margini delle imprese hanno iniziato una fase di contrazione proseguita anche nei primi mesi di quest’anno. La causa è semplice quanto insidiosa: i costi di produzione crescono più rapidamente dei prezzi praticati sul mercato. In altre parole, il cosiddetto pricing power si sta esaurendo. Tra il primo trimestre 2019 e il primo trimestre 2026 i prezzi di vendita sono aumentati del 18,4%, mentre i costi degli input produttivi sono cresciuti del 17,7%. Dalla metà del 2022 il costo del lavoro è salito del 12,9%. Un equilibrio solo apparente: dopo aver recuperato redditività nel biennio successivo allo shock energetico, oggi le imprese assorbono una quota crescente degli aumenti senza riuscire a riversarla integralmente sui clienti.

I dati sul fatturato confermano un sistema produttivo ancora in crescita, ma mostrano la distanza tra ricavi nominali e attività reale. A maggio 2026 il fatturato dell’industria, al netto dei fattori stagionali, è cresciuto dello 0,6% in valore e dello 0,3% in volume rispetto al mese precedente; nei servizi l’aumento è stato dello 0,2% in entrambi i casi. Su base annua il fatturato industriale è salito del 5,3% in valore, ma solo dell’1,5% in volume, mentre nei servizi la crescita è stata rispettivamente del 3,9% e dell’1%. La manifattura è il caso più evidente. Nel primo trimestre 2026 i costi intermedi sono aumentati dell’1,9% rispetto al trimestre precedente, mentre i prezzi di vendita si sono fermati a +1,2%. Il risultato è una riduzione del markup di circa lo 0,6% in tre mesi: ogni euro di fatturato genera meno reddito operativo rispetto a due anni fa. L’impatto non è uniforme.

I comparti energivori – siderurgia, metallurgia, ceramica, vetro, carta e chimica – risentono di energia costosa, materie prime ancora elevate, concorrenza asiatica e domanda europea debole. Anche la meccanica, cuore dell’export italiano, affronta salari e componentistica più cari e una domanda estera meno dinamica. Nell’agroalimentare pesano fertilizzanti, energia, trasporti e logistica, mentre la grande distribuzione resiste a ulteriori rincari. Molte imprese rinviano investimenti o accettano margini inferiori per difendere le quote di mercato. Più resilienti appaiono i servizi, dove il peso delle materie prime è inferiore. Anche qui, però, la crescita annua del fatturato del 3,9% si riduce all’1% in volume, mentre il costo del lavoro aumenta nei comparti ad alta intensità occupazionale.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre l’economia italiana continua a crescere, seppure moderatamente e soprattutto grazie alla domanda interna. Fatturato positivo, volumi deboli e margini in calo possono quindi convivere. Anche l’inflazione racconta una storia diversa dal passato: a giugno si attesta al +3% annuo, con un’inflazione acquisita del 2,6% per il 2026. Per le famiglie è un rallentamento rispetto ai picchi recenti; per le imprese non significa minore pressione, perché gli aumenti si concentrano ancora su energia e servizi produttivi. È questo il vero cambio di paradigma. Dopo l’emergenza inflazionistica, non basterà più aumentare i prezzi o il fatturato nominale per difendere i profitti. La sfida torna a essere quella della competitività: innovazione, produttività, minore intensità energetica e maggiore capacità di esportare. Dietro il +5,3% dell’industria e il +3,9% dei servizi si nasconde una crescita reale molto più modesta e una redditività sempre più sotto pressione. L’epoca dei “profitti facili” sembra conclusa. Felici, naturalmente, di essere smentiti da una controtendenza.