Come se non bastassero i guai dei riformisti, alle prese con un progetto di coalizione o di alternativa grande solo di nome, genericamente adoperato tra il malumore di Giuseppe Conte, e alquanto ristretto nella esplorazione che ha appena effettuato sul Corriere della Sera il direttore Luciano Fontana riferendone ad un lettore, sta irrompendo sulla scena politica e anche giudiziaria un terrorismo di ritorno per niente da barzellette e simili. Come “le brigate rosse in menopausa” delle quali ha scritto Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano, forse ricordandosi anche lui di quella terrorista di una cinquantina d’anni fa che si vantava di avere l’orgasmo quando sparava, e forse doppio quando uccideva al primo colpo.

Al terrorismo di ritorno che neppure la premier Giorgia Meloni- la prima vittima politicamente designata- ha avuto sinora il coraggio di chiamare col suo vero nome, parlando di “violenza organizzata” nel sopralluogo compiuto col ministro dell’Interno nella Val di Susa messa a ferro e fuoco, con più di 120 feriti fra agenti di Polizia e Carabinieri e danni per oltre, ben oltre il milione di euro delle prime valutazioni, il sistema è arrivato sorpreso. Per quanti segnali preoccupanti fossero già arrivati dalle piazze, compresa quella di Bologna. Sorpreso, impreparato e – credo anche intrappolato, il nostro sistema, nella gabbia costituita dal bipolarismo di rito italiano, troppo farlocco sia a destra, dove ancora regge forse per il potere che gestisce, sia a sinistra. Dove il già ricordato direttore del principale giornale italiano ha trovato e denunciato ai lettori il “fratricidio” in corso, pur tra promesse e impegni “testardi” di unità programmatica e leaderistica.

Nella versione un po’ cavernicola e un po’ fantascientifica del sistema maggioritario o misto, prodotto dall’abolizione dei voti di preferenze e dalle varie edizioni di legge elettorale seguita al referendum anti-proporzionale del 1993, una riedizione della “solidarietà nazionale” realizzata esattamente 50 anni fa dalla Dc di Aldo Moro e dal Pci di Enrico Berlinguer, usciti “entrambi vincitori” dalle elezioni politiche anticipate provocate dal suicidio del partito socialista guidato da Francesco De Martino, è una bestemmia in Chiesa. O una scorreggia nello spazio, come disse una volta Umberto Bossi dell’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, che pure l’aveva aiutato nel rovesciamento del primo governo di Silvio Berlusconi risparmiandogli lo scioglimento immediato delle Camere prima ancora che compissero un anno dall’insediamento.

La “solidarietà nazionale” di 50 anni fa, ripeto, compromissoria rispetto al ben altro e impegnativo “compromesso storico” proposto da Berlinguer pensando ad una coalizione di governo, e non al governo monocolore democristiano realizzato in due edizioni da Giulio Andreotti appoggiate dall’esterno , resse sia all’urto delle brigate rosse non ancora in meno pausa- direbbe Travaglio- e riuscite ad ammazzare Aldo Moro dopo averne sterminato la scorta come in una macelleria, sia all’emergenza economica favorita anche dalla paura in cui si viveva per strada e nei luoghi di lavoro. Se non si arrivò al coprifuoco ci mancò poco. Si trovò allora il tempo, la voglia e quant’altro, per esempio, per riformare l’assistenza sanitaria col servizio nazionale. E per legiferare in tema di aborto, come si era potuto fare in tema di divorzio nel tempo del primo centro-sinistra, quasi ancora col trattino.

Solo qualche giorno fa per avere semplicemente ipotizzato in una intervista qualche accordo trasversale fra la premier Giorgia Meloni e la segretaria del Pd Elly Schlein sugli aiuti all’Ucraina sotto aggressione russa e altri aspetti o contenuti della politica estera terremotata dal presidente americano Donald Trump, il povero Paolo Gentiloni, già ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario europeo è stato scambiato a sinistra per un pazzo. Se insisterà, si guadagnerà il grado di criminale.