Il tabù dello Stato di diritto
Sicurezza, quando la politica abdica il singolo cittadino si fa giustizia da solo. Il far west da combattere
Il dibattito pubblico sulla sicurezza è ormai irrimediabilmente inquinato da una pericolosa tendenza alla semplificazione. Nelle ultime settimane si è assistito a una confusa sovrapposizione di piani radicalmente diversi: dalla vicenda del gioielliere e i drammi della difesa privata, ai fenomeni dei maranza e delle baby gang, fino alla guerriglia urbana legata al movimento No-Tav.
In questo scenario, la politica si muove troppo spesso sul terreno angusto e fuorviante della competizione elettorale immediata, inseguendo il consenso ad ogni costo, facendo così male al Paese e al suo sistema democratico. In questo modo, il dibattito politico si polarizza in modo sterile. Da un lato la destra insegue una visione puramente repressiva e muscolare, illudendosi che l’inasprimento delle pene e la moltiplicazione dei reati possano da sole risolvere problemi che sono, prima di tutto, sociali e culturali. Dall’altro lato la sinistra rischia spesso di muoversi all’interno di uno schema viziato da una grave sottovalutazione del problema, oscillando tra riflessi condizionati di manicheismo ideologico e un’ambiguità inaccettabile di fronte alle derive violente.
Ridurre la questione della sicurezza a un problema di ordine pubblico da risolvere unicamente a suon di decreti penali è un errore tanto grossolano quanto sterile. Pensare di arginare il disagio giovanile, la microcriminalità o il degrado delle periferie agendo solo sul codice penale significa ignorare le cause profonde della violenza. Uno Stato democratico e maturo ha il dovere primario di prevenire la violenza, agendo sulle sue radici. Questo richiede un intreccio virtuoso e ineludibile su due fronti: la giustizia sociale e il sostegno ai più deboli; l’efficienza e la preparazione delle forze dell’ordine. Il punto politico fondamentale è che lo Stato deve farsi carico della sicurezza dei cittadini, esercitando fino in fondo il suo monopolio legittimo della forza. Quando la politica abdica a questo ruolo, spinge inevitabilmente il singolo cittadino a farsi giustizia da solo, trasformando la sicurezza in un far west privatizzato.
Se la destra sbaglia il metodo, la sinistra sconta storicamente una grave sottovalutazione del tema, percepito spesso come un terreno ceduto agli avversari politici anziché un diritto fondamentale delle classi lavoratrici e dei più deboli (che delle carenze di sicurezza sono quasi sempre le prime vittime). Questa sottovalutazione si traduce troppo spesso in reazioni contraddittorie. Si passa dalla levata di scudi pregiudiziale contro gli operatori di polizia in episodi complessi – come il caso di Fakir – a un atteggiamento di imbarazzata accondiscendenza o di minimizzazione di fronte alle violenze sistematiche, come quelle che troppo spesso accompagnano le proteste dei No-Tav.
I partiti che si richiamano alla sinistra di governo devono trovare il coraggio di ristabilire una grammatica elementare e rigorosa sui temi della sicurezza: non sottovalutare il problema, resistere alle scorciatoie populiste, rompere ogni ambiguità. Non civettare mai, neppure indirettamente, con quelle frange radicali e violente che considerano lo Stato un nemico da abbattere e che, in nome di questa ideologia, agiscono con metodi terroristici o di aperta eversione urbana. La sicurezza non è una parola di destra. È la precondizione democratica indispensabile affinché l’esercizio dei diritti e delle libertà di ciascuno sia pienamente garantito.
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