Sicurezza
Follia No-Tav: cosa è successo in Val di Susa. Un attacco che non può essere tollerato
Una giornata di protesta trasformata nell’ennesimo, intollerabile teatro di guerriglia urbana. Sabato, in Val di Susa, la manifestazione No-Tav partita da Venaus con circa ventimila partecipanti è degenerata in un assalto premeditato e coordinato ai cantieri dell’opera strategica a San Didero e Chiomonte. Il bilancio è un vero e proprio bollettino di guerra: 124 agenti delle forze dell’ordine feriti, 436 persone identificate dalla polizia – con una marcata presenza di frange eversive giunte da Francia, Germania e Belgio – e un ingente quantitativo di materiale sequestrato, tra molotov, ordigni artigianali, mortai, caschi e maschere antigas.
Il commento di Gambino
Le immagini giunte dalla valle e le parole del questore di Torino, Massimo Gambino, restituiscono con estrema chiarezza la dimensione di quanto accaduto. Non siamo di fronte all’esercizio del diritto di dissentire, ma a un’«escalation di azioni di guerra» condotta da gruppi organizzati con un obiettivo preciso: «Far diventare la Val di Susa il laboratorio europeo della guerriglia urbana». Quanto si è verificato va chiamato con il suo nome: un grave ed esplicito affronto allo Stato. Colpire gli agenti in divisa non significa scontrarsi con un’idea politica o contestare un’opera pubblica: significa attaccare direttamente i presidi della nostra democrazia. Le donne e gli uomini delle forze dell’ordine sono servitori dello Stato chiamati quotidianamente a proteggere i cittadini e le istituzioni, persone che ogni giorno mettono a rischio la propria vita e la propria incolumità per garantire la sicurezza di tutti.
Un attacco che non può essere tollerato
Questo concetto è stato rimarcato con decisione dalla premier Giorgia Meloni, la quale ha ricordato che «chi incendia mezzi e aggredisce le forze dell’ordine non difende un’idea, ma attacca lo Stato». Un attacco che la collettività e le istituzioni non possono in alcun modo tollerare o derubricare a semplice tensione di piazza. Va ribadito con forza un principio fondamentale e non negoziabile: la delinquenza e la violenza non possono mai trovare alcuna giustificazione, nemmeno quando vengono schermate da motivazioni che i manifestanti ritengono giuste o persino sacrosante. Nel momento stesso in cui una battaglia politica o sociale cede il passo al crimine, quella causa perde ogni forma di legittimità.
La via della violenza
Chi sceglie la via della guerriglia e dello scontro sistematico non sta portando avanti un’idea, sta semplicemente demolendo le basi del convivere civile. Oltre a causare danni materiali e a mettere a rischio la vita di chi indossa una divisa per servire lo Stato, questi gruppi di violenti compiono un sopruso gravissimo proprio ai danni della maggioranza dei manifestanti stessi. Coloro che scendono in piazza in buona fede, spinti da un sincero credo ideologico o dalla volontà di difendere il proprio territorio, si vedono privati della propria voce. Le ragioni di chi avrebbe voluto protestare pacificamente vengono sistematicamente sommerse, oscurate e spazzate via dalla brutalità delle immagini di piazze a ferro e fuoco. Di fronte ad attacchi barbarici di questa portata, qualsiasi contenuto, argomentazione o merito della protesta passa inevitabilmente in secondo piano, lasciando spazio solo alle macerie d’odio di un’aggressione del tutto ingiustificabile.
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