Rinviato a settembre – come era prevedibile – il fine vita lascia sul tavolo del Consiglio Regionale più di un calendario slittato. Lascia un imbarazzo che, se a destra ha ragioni culturali quasi scontate, a sinistra parla di un problema d’identità trascurato e irrisolto. Due anni fa l’astensione di Anna Maria Bigon, che fece naufragare la legge regionale, scosse il Pd veneto. A settembre la questione tornerà tale e quale. Sarebbe comodo archiviarla come vicenda personale. Non lo è: l’astensione di una consigliera cattolica ha funzionato da rivelatore. Il Pd veneto non possiede una fisionomia, ne possiede diverse, e a volte convivono a fatica.

Da una parte l’anima “schleiniana” con le sue militanze, dall’altra un cattolicesimo democratico che qui non è nicchia ma sostanza elettorale, nato nelle terre bianche. Ma non finisce qui. A dare voce a una terza spinta, quella nostalgica, è arrivato Flavio Zanonato: per due decenni sindaco di Padova, poi ministro con Letta ed europarlamentare, uno dei padri della sinistra veneta, oggi critico da fuori perché dentro, sostiene, non trova più spazio. «Dove possiamo dare una mano senza essere considerati un fastidio?», domanda dai social, e nella domanda c’è lo spaesamento di una generazione di amministratori messa in soffitta. Il partito che descrive è un guscio: decisioni prese da un gruppo ristretto, tesseramento in caduta, ricambio inesistente. Un partito che «non può vivere soltanto di amministrazione dell’esistente», che ha smesso di parlare ai corpi vivi della società e preferisce gli accordi di segreteria a un’alleanza civica più larga.

Alle passate regionali la convivenza di anime ha funzionato soprattutto per merito del profilo federativo di Giovanni Manildo, ma nel 2027 si vivrà la scomoda concomitanza tra elezioni politiche e amministrative che rimettono in palio città come Verona e Padova. Ed ecco il problema: il Pd non può discostarsi più di tanto dalla linea nazionale, perché è il collante che lo tiene insieme, non può mettersi decisamente in discussione per non apparire disorientante, ma non può nemmeno fingere che Padova o Verona votino come Bologna, o che l’elettore moderato e cattolico si conquisti sventolando vessilli.

Resta un’altra grammatica possibile, quella riformista: nel caso del fine vita, trattarlo per ciò che è — una questione da regolare, non un’identità da rivendicare — e così sfuggire alla tagliola delle appartenenze. Una visione del genere è quella che esprime su questa pagina Niccolò Rocco, consigliere proveniente da Azione. Ma più in generale il metodo laico, pragmatico, refrattario alle liturgie identitarie è forse lo specchio in cui anche il PD potrebbe riuscire a riconoscersi in questa regione.